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GIUSTIZIA/ Ecco perché i giudici "benedicono" i matrimoni gay

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Facile non essere d'accordo, più difficile spiegare perché (InfoPhoto)  Facile non essere d'accordo, più difficile spiegare perché (InfoPhoto)

Vediamo quindi di chiarire con l’esempio quanto stiamo dicendo, e facciamolo proprio con riferimento al matrimonio, cerchiamo cioè di investigare quale siano le logiche sottostanti a questo fenomeno. Proviamo ad effettuare questo tentativo, come tale imperfetto e perfettibile, ma che intende essere una proposta di metodo che eviti quello scontro di valori che, pur nel carattere opposto delle soluzioni proposte dalle diverse parti, è accomunato da una modalità sterile e pericolosa di approccio ai fenomeni.

Proviamo dunque a proporre una prima individuazione delle logiche sottostanti al matrimonio. Una prima logica è quella “istintuale”: con essa il fondamento del matrimonio è visto nel soddisfacimento di un bisogno del corpo, in cui il partner è lo strumento di tale soddisfazione e in cui centrale diventa perciò la disposizione del “diritto sul corpo”. Lo strumento giuridico funzionale a tale logica è, pertanto, quello che serve a regolare reciprocamente gli interessi a ciò sottesi e, in cui, nel modo più vario a seconda delle diverse culture, si individua una parte che cede e una parte che acquista il diritto sul corpo: non stupisce quindi che il mezzo giuridico privilegiato per la regolazione reciproca di interessi di varie parti sia quello del “contratto”. In tale prospettiva non è essenziale che siano i coniugi ad esprimere il consenso, essendo essenziale invece che tale consenso sia espresso da chi ha il potere di disporre dei beni, quindi, in alcuni passaggi storici dalle famiglie. 

Questa prospettiva non riconosce la dignità dell’altro, visto appunto come strumento di soddisfacimento di un bisogno (che, si badi bene, può avere e spesso ha avuto anche finalità procreativa non solo di semplice soddisfazione sessuale), e non come persona. Seppure così forte e così distante dal nostro modo di sentire, questa è la logica che trova una delle proprie realizzazioni tipiche, anche se non esclusive o necessarie, nello schema giuridico del matrimonio-contratto, rispetto alla quale essenziale è solo la regolazione consensuale di prestazioni viste come corrispettive e nel quale la stessa differenza sessuale non ha alcun ruolo determinante (vario potendo essere il bisogno sessuale da soddisfare), così come il fine procreativo o meno e la stessa possibilità di rescissione del rapporto (al quale si può attribuire una più o meno forte grado di resistenza).

La seconda logica – quella prevalente nell’attuale passaggio storico – è quella “sentimentale”, in cui il fondamento del matrimonio è visto nel sentimento che deve legare i coniugi: in quest’ottica l’altro è recuperato nella sua dignità di persona che come tale risulta indisponibile e deve necessariamente essere rispettata. Il mezzo giuridico tipico (ancorché non necessario od esclusivo) è quello del riconoscimento di diritti fondamentali, o comunque indisponibili, e il pregio di una simile logica è, certamente, quello di aver recuperato il concetto di reciproco rispetto nel rapporto di coppia, di uguaglianza nella diversità. Naturalmente, all’interno di questa logica nulla vieta che il sentimento possa legare persone dello stesso sesso e, spesso con suggestivi salti retorici, meritevoli di più analitico approfondimento, non a caso si può manifestare (e si sta manifestando) una tendenza a vedere il riconoscimento di unioni tra persone dello stesso sesso come un’implicazione del rispetto di ritenuti diritti fondamentali della persona. 



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