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CECHOV/ "O si sa perché si vive, o è uno scherzo idiota"

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Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)  Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)

Battute come queste, spogliate da tutta la loro amarezza e dal loro rassegnato sapore autoconsolatorio, hanno portato alcuni a ipotizzare una sorta di velleitario “progressismo cechoviano”. Ma neanche questo frequente ed elusivo guardare al futuro va trascurato: esso esprime in qualche modo una speranza, sia pure rassegnata e senza forma, una “nostalgia del presente” che si realizza nell’ipotizzare un orizzonte in cui le pene incomprensibili dell’oggi trovino una loro compiutezza. Così il personaggio di Savva, nell’atto unico Sulla strada maestra: “I santi erano luminosi… E capivano ogni dolore… Anche senza dirglielo, capiscono lo stesso… Ti guardano negli occhi e capiscono… E tu provi una tale consolazione dopo che ti hanno capito, come se il dolore non ci fosse stato: cancellato per miracolo!” – ricordando qualcosa che pare non potersi più realizzare, irriducibilmente collocata nel mondo del passato, o in quello altrettanto irrecuperabile dell’elegia, del sogno, dell’ideale.  

Ma attenzione: il tragico cechoviano non è dichiarato né tantomeno esplicito: sua intenzione era, piuttosto, quella di scrivere dei vaudevilles, la cui disarmante semplicità, tutta esteriore e distaccata, è dettata invece da un desiderio di rappresentare e conoscere la realtà così come essa è: “Vorreste che quando dipingo ladri di cavalli dicessi: è male rubare cavalli. Ma lo sanno tutti da molto tempo, senza che debba dirlo io. Questo è affare dei giudici. Il mio lavoro consiste nello spiegare che cosa essi sono…”, scrive egli stesso. “Mai si deve mentire. L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna. Si può mentire in amore, in politica, in medicina; si può ingannare la gente, persino Dio; ma nell’arte non si può mentire”. E dirà, in una famosa lettera a D. P. Gorodeckij: “Il pubblico vuole che ci siano l’eroe, l’eroina, grandi effetti scenici. Ma nella vita ben raramente ci si spara, ci si impicca, si fanno dichiarazioni d’amore. E ben raramente si dicono cose intelligenti. Perlopiù si mangia, si beve, si bighellona, si dicono sciocchezze. Ecco che cosa bisogna far vedere in scena. Bisogna scrivere un lavoro in cui i personaggi entrano, escono, pranzano, parlano del tempo, giocano a vint… Non perché questo sia necessario all’autore, ma perché così avviene nella vita reale”. 

Tuttavia, il grande merito di Čechov non è tanto quello di aver appunto perfettamente fotografato questa banale (e a suo parere cattiva, guasta) quotidianità del vivere, quanto quello di averne intuito e catturato tutta la portata tragica. Nei suoi testi, infatti, ogni circostanza, anche la più piccola e banale, ha un’enorme potenzialità drammatica; ogni gesto, anche minimo, tenta un rapporto con la sostanza della vita. Nel teatro di Čechov, anche spostare una tazza o raccontare una barzelletta sono “un dramma” (anche e soprattutto in senso teatrale) – ogni circostanza pratica costituisce il racconto di una vita, è un dialogo incessante con il proprio destino, nell’ansia e nella costante attesa che quel destino si riveli. Perché, come dice Trofimov, ancora nel Giardino, “almeno una volta nella vita bisogna guardare la verità dritto negli occhi”. Pertanto ogni movimento, ogni pausa, ogni parola, essendo sempre in bilico tra una salvezza sempre attesa e un precipizio imminente, sono assolutamente decisivi. L’attesa della salvezza è un travaglio che non si deve “pensare” o ipotizzare, a cui non si giunge tramite un ragionamento astratto: ma che è già presente, anzi coincide con la persona stessa – essi sono quel travaglio, di esso è fatta la consistenza delle loro azioni, dei loro pensieri. 



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