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CECHOV/ "O si sa perché si vive, o è uno scherzo idiota"

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Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)  Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)

“Mi sono caricato sulle spalle questo peso, e la schiena ha ceduto. A vent’anni siamo già tutti eroi, ci buttiamo in qualsiasi impresa, possiamo tutto, e verso i trenta siamo già stanchi, non siamo più buoni per niente. Perché, perché, spiegamelo, tutta questa stanchezza? Per altro, forse, non è questo… Non è questo, non è questo!”. Così si esprime Ivanov, personaggio protagonista del dramma di Anton Pavlovic Cechov. Parole, personaggi, situazioni, quelle dello scrittore russo, che è più che mai utile mettere a fuoco oggi: non tanto per l’indiscutibile qualità letteraria, quanto per la loro capacità di scandagliamento della condizione umana attuale. 

Il dramma dei personaggi di Cechov è infatti quello di una strutturale (e progressivamente cosciente) inadeguatezza della realtà così com’è rispetto alla statura del desiderio umano, alla “capacità” del suo ideale. Anche il subitaneo e tuttora inalterato successo di Cechov sulla pagina come sulle scene è dato, del resto, da questa sua capacità di fornire, meglio di chiunque altro, all’uomo contemporaneo la sua più intima tragedia. Come dice Treplev, protagonista del Gabbiano: “Non capisco perché sono tanto inquieto… io vagolo ancora nel caos di chimere e immaginazioni, senza sapere per che cosa e a chi questo sia necessario. Io non ho fede e non so quale sia la mia vocazione”. Parole a cui fa eco il personaggio di Astrov, in Zio Vanja: “Soltanto Dio sa quale sia la nostra vocazione”. Ed è proprio questa distanza, questa “differenza di potenziale” a costituire la natura intimamente tragica del suo teatro. Le sue figure dispiegano una parabola drammatica in cui viene svelandosi in maniera sempre più catastroficamente chiara la tragicità intrinseca alla propria condizione: “Mi pare che la verità, qualunque essa sia, non sarà mai così terribile come l’incertezza” dice Elena Andreevna in Zio Vanja. E Anna Petrovna, sempre in Ivanov, si pone una domanda struggente come quella di un bambino: “I fiori ritornano ad ogni primavera, e la gioia no?”; per poi aggiungere, poco dopo: “Comincio a pensare che il destino mi abbia truffata”. 

Emerge in questi testi tutto il tramestio di un affaticarsi privo di senso, o per un senso che continuamente sfugge, si rende inafferrabile, si delocalizza nel tempo, nello spazio, nelle idee: incapaci di vivere il presente, i personaggi di Cechov situano la realizzazione di sé stessi in un viaggio a Parigi, nella vita mondana di Mosca, nella realizzazione dell’arte o nelle chimere del progresso: fino alla definitiva mortificazione del proprio progetto. Essi si trovano a vivere una perenne e spasmodica ansia di cambiamento, senza tuttavia mai sapere quale, né con quali mezzi: “…Ma la mia anima, nonostante tutto, in ogni singolo istante, di giorno e di notte, è sempre stata colma di inspiegabili attese”, dice Trofimov nel Giardino dei ciliegi. “Sento che arriva la felicità, Anja, riesco già a vederla (…) Eccola la felicità, eccola che viene, si fa sempre più vicina, ne sento già i passi. E se noi non la vedremo, non la riconosceremo, che importa? La vedranno gli altri!”. 



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