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CECHOV/ "O si sa perché si vive, o è uno scherzo idiota"

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Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)  Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)

Tutto questo è come perfettamente emblematizzato in quella che è forse la più riuscita opera dello scrittore russo: Tre sorelle. Scritto nel 1900 e messo in scena dal Teatro d’Arte di Mosca all’inizio dell’anno successivo, è un testo in cui apparentemente non accade quasi nulla. È la storia, appunto, di tre sorelle – Olga, Maša e Irina – orfane del padre generale dell’esercito, che vivono la progressiva distruzione di tutte le loro aspettative giovanili. I quattro atti, dislocati a distanza di diversi anni l’uno dall’altro, fotografano come, man mano che il tempo passa, cresce nei tre personaggi la domanda che quel tempo, forse perduto, apparentemente sprecato, acquisti un significato: “Vivere e non sapere perché volano le gru, perché nascono i bambini, perché ci sono le stelle… O si sa perché si vive, o è uno scherzo idiota”. dice Maša. E Irina, non a caso la più giovane: “Dov’è andato, quello che eravamo? Dov’è andato a finire?”. La vecchiezza non è data da una situazione anagrafica, ma dall’ammutolimento dell’attesa – senza un significato, non esiste giovinezza. Questa sembra essere l’amara constatazione che le tre sorelle acquistano nel corso del dramma. Ma è singolare, ed estremamente significativo, che il fallimento dei propri progetti e delle proprie personali aspirazioni non annichili, ma anzi esalti, ed esasperi l’attesa e il desiderio di qualcosa che dia significato al vivere, al soffrire, al morire. Al punto che Čechov così fa chiudere la scena e l’intero testo – con le parole, strazianti e bellissime, di Olga: “Oh, sorelle care, non è finita, la nostra vita! Vivremo! La banda suona allegra, festosa, e sembra che da un momento all’altro sapremo perché viviamo, perché soffriamo… Poterlo sapere, poterlo sapere!”. 

È una chiusa che sancisce, tuttavia, l’ennesimo differimento, l’estrema e forse definitiva sospensione del desiderio. Come se quel doppio, struggente “Poterlo sapere!” finale volesse chiudere quella che era invece la promessa della battuta precedente: “Vivremo”. Ed è nella distanza tra il grido di quel “Vivremo” e il sospiro di quel rassegnato “Poterlo sapere!” che si esplica la cifra del dramma, e si gioca la sfida che da Čechov si ripercuote identica – e ugualmente drammatica – nel presente di tutti.



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