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STORIA/ Quel frate cappuccino che permise il dialogo tra il Vaticano e l’Urss

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Interno della basilica di San Pietro (InfoPhoto)  Interno della basilica di San Pietro (InfoPhoto)

Uomo di grande sensibilità umana fu De Luca, frutto di una fede vivida e di un carattere aperto, che in effetti poteva essere avvertita anche da chi non ne condivideva affatto esperienza e principi. Certamente Palmiro Togliatti dovette così percepire questa sua forte impronta di “umanità”, su cui si sarebbe fondato un idem sentire dovuto all’aver entrambi attraversato «la grande crisi e svolta del Novecento», come il leader del Pci ammise in seguito esplicitamente nel suo ritratto del sacerdote pubblicato su Rinascita il 15 giugno 1963; quello stesso reciproco riconoscimento di umanità che indubbiamente potrebbe aver contribuito a convincere Togliatti circa l’“irriducibilità” e l’autonomia del fatto religioso, concetto di cui egli fece pubblica professione nel noto discorso di Bergamo “Il destino dell’uomo” del 1963. Anche in questa particolare posizione circa il cristianesimo si potrebbe d’altro canto ritrovare un tratto peculiare del comunismo italiano, che con la cultura cattolica italiana ha dovuto comunque necessariamente confrontarsi – innanzitutto sul piano etico –, in un rapporto assai diverso, ad esempio, da quello intrattenuto dal Pcus con la Chiesa ortodossa russa in quella medesima fase storica.

Vacca evidenzia poi opportunamente il ruolo decisivo di Rodano nell’incontro tra i due uomini, prima del viaggio di Togliatti da Kruscev nel 1961. A tale incontro, del resto, aveva già fatto esplicito riferimento Emilio Colombo, in una memoria citata nel Carteggio (1933-1962) tra Loris Francesco Capovilla, Giuseppe De Luca e Angelo Giuseppe Roncalli, edito nel 2006 dalle stesse  Edizioni di storia e letteratura, a cura di Marco Roncalli (p. 140). Ed è, in effetti, individuabile in quella conoscenza, come risulta dalle interessanti carte del capo del Pci citate da Vacca, l’origine della mossa diplomatica del leader dell’Unione Sovietica di inviare un telegramma augurale, inviato il 25 novembre del 1961 a papa Giovanni XXIII, in occasione del suo ottantesimo compleanno,  episodio indubbiamente non trascurabile nella storia delle relazioni tra Roma e Mosca.

È comunque eccessivo attribuire a questo episodio il merito dell’inizio del disgelo tra la Chiesa cattolica romana e l’Unione Sovietica, secondo quanto pure titola il citato articolo de L’Unità del 19 marzo scorso (L’incontro segreto che avviò il disgelo tra Vaticano e Urss). Se il biglietto citato da Vacca conferma da una parte indirettamente l’incidenza dei rapporti con il Pcus nell’agenda politica di Togliatti, bisogna dall’altra considerare realisticamente quale fosse l’oggettivo grado di ascolto di cui lo stesso De Luca godette presso la Santa Sede e la gerarchia. In realtà, il papa e l’episcopato italiano avevano già iniziato a pensare alla possibilità di creare un ponte con Mosca in precedenza e con una strategia più organica. Fu infatti  il card. Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova e successivamente presidente della Conferenza episcopale italiana, il primo esponente della Chiesa a concepire e realizzare un contatto con Mosca, dopo il ventesimo congresso del Pcus nel 1956 in cui erano state denunciate da Nikita Kruscev le “purghe” staliniane.

Come ha ricordato il decano dei vaticanisti italiani, Benny Lai, innanzitutto nel suo testo fondamentale Il papa non eletto (Laterza, Roma-Bari 1993), e poi nel contributo diaristico inedito che ho avuto la fortunata occasione di pubblicare sulla rivista Mneme Ammentos (Dal Diario di Padre Damaso, pp. 109-112), il card. Siri, pure comunemente considerato un anticomunista intransigente (e comunque già in passato elogiato calorosamente dal quotidiano socialista Il Lavoro Nuovo per la sua azione di convincimento della guarnigione tedesca di Genova ad arrendersi nell’aprile del 1945), fu preso in considerazione dal Cremlino come riferimento per l’apertura di un canale con la Santa Sede, in quanto considerato come il “delfino” di papa Pio XII. Nel maggio 1956, proprio tramite i comunisti italiani, l’ambasciata sovietica a Roma aveva individuato un medico italiano dell’ospedale “Gaslini” di Genova, il professor Luigi Cartagenova, persona di fiducia in Italia del ministero degli Esteri dell’Urss, il quale prese contatto con il confessore di Siri, il padre cappuccino Damaso da Celle, per informarlo che l’ambasciata sovietica di Roma desiderava aprire un riservato dialogo con un’altissima autorità ecclesiastica.



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