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IDEE/ Quei processi che hanno distrutto la parte buona della politica

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Tra il novembre del 1900 e il gennaio del 1901 escono su Le Figaro due articoli firmati da Anatole France: essi raccontano la storia di Crainquebille, mercante di strada che si guadagna da vivere girando con il suo carretto di frutta e verdura. Un giorno, mentre aspetta di essere pagato, un agente gli intima di andarsene perché la sua mercanzia intralcia il traffico. Segue una discussione tra i due che si conclude con l’arresto del povero Crainquebille, accusato di oltraggio per aver indirizzato un insulto, in verità mai pronunciato, all’indirizzo della guardia.

Il giudice Bourriche lo condanna, nonostante una testimonianza favorevole all’imputato, assumendo per vera la testimonianza della guardia: “Ho giudicato questo individuo conformemente all’agente 64, perché l’agente 64 è l’emanazione della forza pubblica. E, per riconoscere la mia saggezza, basta che immaginiate che io abbia agito inversamente. Vi renderete subito conto che sarebbe stato assurdo. Infatti, se mi pronunciassi contro la forza, le mie sentenze non sarebbero eseguite. Notate, signori, che si obbedisce ai giudici soltanto finché hanno la forza con loro. Senza i gendarmi, il giudice sarebbe soltanto un povero sognatore.

Sottoposta la storia al giudizio dei nostri studenti, essi, a loro volta giudici-lettori, hanno condannato non già il verduraio ambulante, ma il giudice Bourriche, in nome della necessità di una uguaglianza sociale e della giusta difesa del debole.

In un mondo ideale di eguali non sarebbe successa, l’ingiustizia. Eppure il giudice sta ai fatti, almeno così come essi emergono dagli atti del processo; è lì, infatti, che si descrive la verità dell’accaduto. La verità processuale, appunto. Da questo punto di vista, la verità è una costruzione che sta in piedi se, nel suo edificarsi, le procedure che l’ordinamento giuridico detta sono rispettate.

Esiste una verità processuale che non è la verità. La verità processuale ha le sembianze della verità, assomiglia alla verità ma non è la verità. È tipicamente un idolo.

Qualche cosa di simile afferma André Gide ne Il caso Redureau, il racconto di una vicenda reale che vede come protagonista un ragazzo di quindici anni, Marcel Redureau appunto, che la sera del 30 settembre 1913 assassinava barbaramente tutta la famiglia Mabit e la cameriera Marie Dugast: in tutto sette persone. Osserva lo scrittore francese: “Per comprendere le deficienze di un procedimento di cui ho già denunciato l’assurdità nei miei Souvenirs de Cour d’Assises, niente è più adatto che le poche pagine che seguono. Si vedrà che il giurato, per soddisfare il suo sentimento della giustizia, non ha altra risorsa che dire: ‘no’, a dispetto di ogni evidenza; il che lo porta spesso a dire ‘sì’, a dispetto di ogni giustizia.

Quando esce di galera, il povero Cranquebille crede di poter riprendere la vita di prima. Ma le cose vanno in un altro modo: pesa infatti su di lui l’infamia della condanna e nessuno vuole più acquistare frutta o verdura da un delinquente. Così non gli rimane altro da fare che insultare ripetutamente una guardia di passaggio, sperando di tornare in prigione; lì, almeno, avrà di che vivere. Ma l’agente in questione, mosso da compassione, lo lascia libero. “Cranquebille, con la testa bassa e le braccia ciondoloni, si addentrò, sotto la pioggia, nell’ombra”, sono le ultime parole del racconto di A. France.



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