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IDEE/ Lafforgue: la ricerca della verità è un'impresa cattolica

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-01; particolare. Immagine d'archivio)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-01; particolare. Immagine d'archivio)

Noi ricercatori e professori universitari che abbiamo dedicato tutta la vita allo studio, all’approfondimento e alla trasmissione del sapere, siamo abituati a pensare che i nostri lavori posseggano un valore speciale. Senza osare dirlo troppo apertamente, noi spesso crediamo che il mestiere di ricercatore o di studioso universitario sia più di un mestiere come gli altri. Siamo confortati in questa idea dall’ambiente al quale apparteniamo, un ambiente che condivide una sorta di culto della scienza, della conoscenza e dell’intelligenza. Questo culto della scienza è e comprende quello di un certo numero di figure storiche divenute leggendarie, che hanno testimoniato in  modo particolarmente impressionante la ricerca multisecolare del sapere. 

Tuttavia, il nostro orgoglio e la fiducia in noi stessi restano feriti quando ci rendiamo conto che la maggior parte delle persone al di fuori dell’ambiente accademico manifesta, attraverso parole o comportamenti sprezzanti, di non accordare grande valore alle nostre conoscenze, e comunque di non considerare la ricerca della conoscenza come necessaria per vivere bene. Al contrario, sono molte le persone al di fuori del mondo universitario, per i quali la vita accademica, cioè la vita spesa al servizio della conoscenza, non è la vera vita. 

D’altronde, anche molti universitari sono a volte presi da un simile dubbio. Quando degli universitari osano mettere in discussione, almeno in parte, il valore della scienza e della conoscenza, o semplicemente i punti di vista dominanti negli ambienti accademici e scientifici, questo provoca nei loro colleghi reazioni cosi vive che ognuno, nella suo intimo, è portato a dubitare di ciò che sta facendo e della direzione che la sua vita ha preso. 

È pertanto naturale che gli universitari si confrontino con queste domande fondamentali, che meritano davvero di essere poste: la ricerca e la trasmissione della conoscenza sono assurde? È assurdo dedicare la vita, che è breve, allo studio austero di una particolare disciplina, cioè ad una conoscenza necessariamente molto parziale? Oppure tutto ciò ha un senso? 

In primo luogo, ci possiamo chiedere come la nostra vita ha gradualmente intrapreso questa strada. Come e perché siamo diventati studiosi, matematici, scienziati, ricercatori e professori in tutte le branche del sapere? 

Se ci pensiamo, ci rendiamo conto rapidamente che è prima di tutto per ragioni sociali che, nel corso degli anni, abbiamo orientato la nostra vita al servizio della conoscenza. Fin dall’infanzia, abbiamo frequentato le scuole e abbiamo consacrato al lavoro scolastico una parte importante del nostro tempo. Questo implica l’esistenza e la diffusione universale dell’istituzione chiamata scuola, per la quale si attivano nel mondo milioni di insegnanti e professori e alla quale le società e gli stati destinano ingenti risorse. In secondo luogo, ma in modo altrettanto decisivo, la maggior parte di noi è cresciuta in famiglie in cui l’apprendimento, lo studio e lo sviluppo dell’intelligenza, erano considerate cose di grande valore. Una convinzione alla quale, quando fosse quella dei nostri genitori e dei nostri antenati, abbiamo aderito molti anni prima di diventarne consapevoli. Una convinzione che è entrata in noi come l’aria che respiriamo e che ha accompagnato la crescita e la maturazione della nostra personalità.

Più tardi, siamo stati accolti nel mondo universitario accademico, prima come studenti, poi come docenti e ricercatori. Ciò implica che esistano delle università e che sia socialmente riconosciuto e apprezzato il fatto di andarci a studiare, e che queste università siano dotate di risorse adeguate perché moltissimi giovani vi studino in condizioni dignitose ed intere società di professori vi trovino i mezzi per vivere bene e i segni tangibili del valore riconosciuto del loro lavoro. È rimarchevole il fatto che una nazione come gli Stati Uniti, dominata dal pragmatismo e dall’economia, sia orgogliosa delle sue università e vi dedichi una quantità di risorse all’altezza del riconoscimento che accorda ad esse.



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