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IDEE/ Lafforgue: la ricerca della verità è un'impresa cattolica

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-01; particolare. Immagine d'archivio)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-01; particolare. Immagine d'archivio)

Esiste una notte della ricerca della verità nelle conoscenze per ogni problema posto, per ogni argomento di ricerca, per ogni scienza e anche per l’impresa universitaria nel suo insieme.

Vorrei per finire evocare la tripla notte della verità che caratterizza la situazione dell’Università dopo otto o nove secoli di esistenza: la notte della foresta sempre più fitta e inestricabile dei saperi, la notte dell’impersonalità e dell’impassibilità delle cose per come sono descritte dai saperi, la notte delle apparenti contraddizioni tra i saperi. Notti tanto più pericolose perché toccano la ragion d’essere dell’Università e la mettono alla prova nei suoi fondamenti.

L’abbiamo detto, l’Università e il suo piano di studio di tutte le cose sono stati fondati sulla convinzione che ogni cosa è in rapporto con l’assoluto perché tutte le cose sono create dal Dio unico e vero. Ora, la lunga storia della ricerca universitaria nelle sue molteplici discipline ha come corollario che l’unità della verità e della conoscenza nell’ordine intellettuale – unità la cui percezione era stata il presupposto della fondazione dell’Università medievale – è oggi persa di vista. L’espansione sempre più impressionante e schiacciante delle conoscenze ha allontanato gli uni dagli altri i loro rispettivi campi, fino a frantumare la percezione originale dell’unità del sapere e della verità stessa. Il principio di quest’unità è fortunatamente mantenuto nell’organizzazione contemporanea della maggior parte delle università del mondo, che contano facoltà di tutte le discipline scientifiche e letterarie, ma occorre riconoscere che, in seno ad ogni università, le diverse facoltà specializzate si ignorano vicendevolmente. Gli universitari paiono essersi adeguati a questa situazione al punto che i rappresentanti di una disciplina vedrebbero di cattivo occhio quelli di altre discipline che si permettessero di intervenire nel loro campo. Ogni facoltà pare tenere gelosamente alla propria autonomia, vissuta in pratica come una sorta di indipendenza paradossale nell’ordine della verità.

Ciò non deve tuttavia nasconderci il fatto che la frantumazione dei saperi è per l’Università e per ogni ricercatore una vera e propria tragedia. Perché il sapere non ha più un centro, ogni universitario può legittimamente provare il sentimento di essere perduto nella notte nera e, nel segreto del suo cuore, in verità, prova questo sentimento. Nel suo disorientamento, egli può essere tentato di ricorrere a diverse scappatoie: per esempio, fare lo sforzo di persuadere se stesso che la sua scienza è il centro della verità, che le altre scienze gli sono subordinate e che, se i rappresentanti di queste altre scienze non lo riconoscono è per mancanza di buona volontà da parte loro. Oppure, può cambiare il senso di alcune parole, chiamare “ricerca fondamentale” quella condotta senza occuparsi delle sue applicazioni dirette e dimenticare che questa espressione significa propriamente ricerca del fondamento delle cose, ricerca della fonte dell’essere e delle essenze, ossia una ricerca che egli dispera sia possibile. 

Ma è impossibile mentire completamente a sé stessi. Tutti gli universitari, nel loro intimo, sanno bene che oggi sono nella foresta oscura dei saperi. Ed è ancora più notevole il fatto che, individualmente e collettivamente, un gran numero di essi non soccomba allo scoraggiamento e persista nella ricerca e nel servizio della verità disseminata nel campo infinito delle conoscenze. Ciò significa che la piccolissima fiamma della speranza continua a bruciare silenziosamente nel loro cuore: speranza che un giorno la foresta dei saperi si diraderà e che la verità apparirà nella gloria della sua unità finalmente manifesta.

La notte dell’apparente sparizione del centro della verità è raddoppiata dalla notte dell’impersonalità radicale delle cose e della totale indifferenza a noi che esse manifestano. L’Università ha voluto studiare tutte le cose come create da Dio, che ci ama dell’amore più grande e che ha donato il suo unico Figlio per salvarci. Ma ecco che gli oggetti del pensiero paiono non parlare che il linguaggio di marmo della logica e delle matematiche, e gli oggetti fisici, il linguaggio delle leggi più dure di tutte le leggi umane. Dalla sua fondazione, l’Università ha studiato tutte le cose come per cercare altrettante prove tangibili dell’amore infinito del loro Creatore. Ed ecco che nessuna cosa, mai, accetta di fornire tale prova. L’Università nata dalla Chiesa potrebbe riprendere, nell’ordine che gli è proprio, le prime parole del salmo 22 che Cristo stesso ha ripetuto sulla Croce in un grido: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? (…) Mio Dio, il giorno io chiamo e tu non rispondi (…)».



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