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LETTURE/ Solženicyn: perché non è la rivoluzione a cambiare il mondo?

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Aleksandr Solženicyn (InfoPhoto)  Aleksandr Solženicyn (InfoPhoto)

Sempre da detenuto, lesse «con grande emozione, sia perché ha riversato su di me una montagna di ricordi del fronte sia perché, per i suoi obiettivi, è un fratello del mio Sesto anno di corso» (ovvero il romanzo rimasto appena abbozzato sulla guerra) anche Nelle trincee di Stalingrado di V. Nekrasov, «un romanzo che ti conquista con l’autentica verità della guerra e si differenzia, come il cielo dalla terra, da tutto ciò che fino a oggi è stato scritto sulla guerra».

Dal 1947, prima nelle šaraški e poi nei campi di lavoro forzato, Solženicyn scrisse in ogni momento libero, o per meglio dire compose a mente, e accumulò materiale sul tema della rivoluzione (“l’aspetto più notevole, il più interessante della vita nel lager, per me, era l’opportunità che mi dava di interrogare la gente che sapeva qualcosa della rivoluzione. Accumulai materiale, sebbene non avessi la possibilità di prendere appunti”). Nei lager ai detenuti non veniva data la carta, e in generale era vietato scrivere, così egli compose a memoria i versi del lungo poema largamente autobiografico La stradina, un saggio, tre drammi, anche l’abbozzo iniziale di quello che sarebbe poi divenuto Una giornata di Ivan Denisovič. Ma nel 1948, nella šaraška di Marfino, rievocata in seguito nel romanzo Il primo cerchio, gli si presentò un’occasione unica: riuscì a mettere su carta (alcuni fogli, bottino di guerra, appartenuti a una società tedesca), oltre agli appunti dal dizionario di Dal’, il romanzo breve Ama la rivoluzione – sèguito in prosa della Stradina – che Jaca Book pubblica oggi per la prima volta in italiano, accuratamente tradotto, annotato e presentato da Sergio Rapetti.

Nel 1950 Solženicyn dovette lasciare Marfino, ma riuscì ad affidare il suo primo romanzo a una donna coraggiosa che lì lavorava, e che lo custodì per sei anni. Tornò quindi a lavorarvi per qualche tempo nel 1958, ma lasciò l’opera incompiuta; lo pubblicò solo nel 1999, insieme con La stradina, le poesie del lager e la prosa Sfregàti gli occhi, annotando: “essi furono allora il mio respiro e la mia vita. Mi aiutarono a resistere”.

Quando scrisse Ama la rivoluzione Solženicyn era ancora in parte – così come il suo protagonista dai tratti largamente autobiografici Gleb Neržin – un devoto dell’Idea, e non aveva ancora riscoperto la fede (accadrà nel 1952, nel lager di Ekibastuz; Neržin si sorprende invece a ricordare la preghiera del “Padre Nostro” quando un commilitone gli regala una galletta). Fino al 1945 Solženicyn era stato infatti «molto convinto, completamente preso dal marxismo. Ancora non capivo che, con le nostre vittorie, ci stavamo scavando da soli la fossa. Neanche ci passava per la mente che stavamo consolidando la tirannia staliniana per i trent’anni a venire». Iniziava tuttavia a nutrire profondi dubbi sulla rivoluzione: «non è che Lei / sia stata, se non non necessaria, / perlomeno prematura?..» (La stradina). Non a caso mentre era al fronte aveva scritto «un’energica critica condensata di tutto il sistema di inganno e oppressione che regnava nel nostro paese», ovvero quella «Risoluzione n. 1» che gli costò 8 anni di lager. Condannava recisamente Stalin, «il grande boss», ma non ancora Lenin.



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COMMENTI
06/03/2012 - Un mondo in frantumi (alcide gazzoli)

Articolo assai interessante... mi ha ancora rammentato l'indimenticabile "Un mondo in frantumi" discorso fatto da Solženicyn ad Harvard nel '87 credo. Lucidissimo giudizio sulla crisi della civiltà occidentale. Bisognerebbe ripubblicarlo...