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IDEE/ La verità dell’Olocausto va protetta con la legge?

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Auschwitz (InfoPhoto)  Auschwitz (InfoPhoto)

A questi interrogativi parte degli interpreti tendono a rispondere nel modo seguente: per quanto riesca orribile il tentativo di sostenere che alcuni fatti non siano mai avvenuti, l’opzione pubblica di sanzionare penalmente una condotta che potrebbe anche essere ritenuta, al limite, una “non opinione” – e quindi una comunicazione performativa capace di perpetuare e rinnovare il disvalore delle azioni che si intendono negare – entrerebbe in radicale contrasto con la tutela di quei diritti e di quelle libertà rispetto alle quali proprio la democraticità e l’apertura del dibattito pubblico costituiscono il più valido presidio.

La libertà di manifestazione del pensiero e la libertà della scienza e della ricerca non potrebbero tollerare una simile compressione; il vero e unico antidoto ai pericoli e alle derive culturali potenzialmente connessi alle affermazioni negazioniste risiederebbe, quasi paradossalmente, nella regola del libero confronto storiografico. Ad un attacco virtualmente violento, dal substrato illiberale, la migliore, ed anzi unica, risposta dovrebbe consistere nella posizione opposta e massimamente liberale. Scegliere la soluzione criminalizzante significherebbe incappare in un radicale cortocircuito, capace di minare gravemente i pilastri dello Stato di diritto e della tradizione democratica.

La posizione del Conseil constitutionnel ricalca, in effetti, questa nitida impostazione. Ad essere in gioco, in questo caso, non è la Shoah; al centro dell’attenzione vi è il genocidio armeno, un fatto che, tuttavia, la migliore e più accreditata storiografia considera come realmente verificato, rappresentando, per molti, il prototipo del genocidio tout court, ossia il modello della medesima categoria, che al tempo dei fatti, però, ancora non esisteva.

Assumere la prospettiva offerta dalla vicenda armena è utile anche per il fatto che consente di apprezzare un ulteriore cortocircuito delle “leggi della memoria”.

In questo complesso frangente emerge visibilmente la natura frammentaria e intrinsecamente convenzionale e “funzionale” del contenuto di questa tipologia di leggi. Il Parlamento che le approva, la collettività che vi si riconosce, gli interpreti che ne condividono la ricognizione, pur essendo formalmente tutti dalla stessa parte, il più delle volte lo sono per ragioni o con intenzioni differenti. E lo stesso vale per chi vi si oppone.

In altre parole, può semplicemente constatarsi, proprio mediante il caso armeno, che il riconoscimento normativo del genocidio “eccede” drammaticamente le ragioni astratte della sua finalità specifica. Non si tratta soltanto di un atto di ricordo, a univoco suggello di un “patriottismo costituzionale” ben preciso e a perfezionamento progressivo di un’articolata politica pubblica della memoria. Gli armeni, ad esempio, vi vedono un atto di giustizia, che, per quanto riguarda la loro comunità francese, comporta anche una conferma del vincolo di cittadinanza; alcuni noti studiosi e opinion leaders transalpini vi leggono la riaffermazione nobile dell’universalismo che contraddistingue quella tradizione culturale; il Presidente Sarkozy ci ha creduto per ricevere il qualificato sostegno di entrambe le categorie e, verosimilmente, per assumere un contegno univoco nel contesto internazionale e nei rispetti, precisamente, della Turchia. Quest’ultima, invece, vi ha scorto un gesto offensivo, che è stato giudicato come tale, ma per motivazioni del tutto diverse (e non propriamente politiche), anche dagli storici o dagli intellettuali che si sono spesi in nome della libertà di opinione o di una concezione strettamente liberale del diritto penale.

 



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