BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

PRIMO LEVI/ Perché il moralismo è nemico della vita?

L'ingresso di Auschwitz (InfoPhoto) L'ingresso di Auschwitz (InfoPhoto)

L’esperienza di Auschwitz, manifestazione assoluta del male, parrebbe obbligare al silenzio, per l’incapacità di trovare una spiegazione alla crudeltà praticata contro i propri simili. Tramite Se questo è un uomo, invece, Levi trasforma la negatività in argomento di intrepida meditazione e ferma testimonianza. Pier Vincenzo Mengaldo, al proposito, ha detto: «In Levi incredibilmente rimane sempre, nonostante le terribili smentite che la vita s’incaricò di dargli, un atteggiamento leibniziano verso la realtà, vale a dire il senso della razionalità, se non della storia, della natura, e la fiducia nella funzione ordinatrice della ragione umana».

Il libro di Levi ha assunto nella sensibilità critica mondiale un rilievo ineguagliabile poiché è stato scritto non per accusare o commuovere, ma per insegnare a illuminare la realtà (anche quando è più buia) attraverso la ragione, non smarrendosi tra le pieghe spesso capziose degli astratti moralismi. L’umanità e il coraggio dell’autore si traducono allora in una lezione di metodo che può valere, forse, ancora oggi per tutti: «Quando scrivevo – ha confessato lo stesso Levi –, avevo un’idea sola e precisa in mente, non certo quella di fare un’opera letteraria, ma di portare testimonianza, e un testimone è tanto più attendibile quanto meno esagera o quanto meno rischia di essere scambiato per uno che esagera. Io avevo paura che potessero essere presi per fatti inventati quelli che, purtroppo, non lo erano. [...] Io volevo raccontare quello che avevo visto». Si coglie da queste sue parole la sostanza autentica di una vocazione poetica, tesa a restituire, tramite la scrittura, quanto è stato visto e vissuto senza censurare nulla, senza cedere alla tentazione banalizzante della superficialità o della magniloquente omologazione.

© Riproduzione Riservata.

COMMENTI
11/04/2012 - La grandezza di uno scrittore (Sergio Palazzi)

Ciò che non smette di stupirmi, dopo decenni di lettura e rilettura di Levi, è come lo si continui a ricordare sempre e comunque legato alle sue opere di testimonianza, ed in particolare alla prima. Perchè è vero che "Se questo è un uomo" non è solo una pietra miliare delle testimonianze dell'orrore ma anche un'opera letteraria in cui è difficile trovare un difetto. Cosa che forse non si può dire della "Tregua", cui lavora in una fase della sua vita in cui la sovrapposizione dei suoi ruoli è ancora poco risolta. Ma da quando incomincia a pensare di poter davvero diventare uno scrittore e non solo un memorialista, e lavora su se stesso sia nel cercare cose da raccontare sia nell'elaborare uno stile, sperimenta una serie di testi molto diversi tra loro eppure uno più bello dell'altro, fino a quel "Sistema Periodico" che viene considerato, molto più all'estero che in Italia, un testo fondamentale del '900 letterario. Nei quali l'esperienza umana viene riletta e distillata attraverso l'analisi della scienza e del lavoro, argomenti che prima (e dopo?) di lui, nella letteratura italiana compaiono in modo artificioso e visto dall'esterno. Non che cambi molto, ma personalmente continuo a voler credere che dopo essere tornato ai suoi demoni con la lucidità "I sommersi ed i salvati" quel giorno sia davvero caduto casualmente, e non che abbia voluto rinunciare alla vita.