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PIAZZA FONTANA/ Se un regista demolisce i miti di Lotta continua

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Manifestazione in Piazza Fontana a Milano (InfoPhoto)  Manifestazione in Piazza Fontana a Milano (InfoPhoto)

Questo episodio per i talentuosi naufraghi di Lotta Continua è una scudisciata in pieno viso, come dire: “avete ucciso uno che sulle bombe di Piazza Fontana la pensava come voi. Non sapete distinguere i nemici dai possibili – solo momentanei ovviamente – alleati. Calabresi l’avete prima dileggiato in ogni modo e poi assassinato come un cane con la lebbra. Vergognatevi”. Nessuno, e soprattutto mai un compagno di strada come Giordana, aveva osato tanto. Mi auguro abbia tenuto conto che i lotta-­lotta nella stampa e nella tv sono molto influenti.

Ciò che nella polemica recente è in gioco è la salvaguardia della ragion d’essere del sovversivismo di gruppi come Lotta continua. Se il segno delle bombe milanesi fosse intinto di rosso, la responsabilità finirebbe per investire l’intera sinistra. E i gruppi estremisti, che come Lotta continua avevano anche degli apparati paramilitari e praticavano gli espropri cosiddetti proletari delle banche, sarebbero stati delegittimati nel loro tentativo di spostare in avanti il terreno dello scontro, e la stessa posta in gioco.

Sostenendo che la strage era di origine neofascista o imperialista, si intendeva, e si intende anche oggi, accreditare l’idea che per fronteggiare un tale pericolo fosse necessario supplire alla debolezza e alla fragilità della democrazia. Poiché la presenza del Pci non ne garantiva la stabilità e la capacità di fronteggiare gli attacchi dirompenti delle forze reazionarie, si doveva puntare su un soggetto politico più radicale. Insomma ad esser messa in discussione è la necessità o meno di aprire un processo rivoluzionario.

Alla fine, Lotta Continua si è dissolta. Non ha lasciato ai proletari se non la memoria di una forte, fino allo spasimo, mobilitazione muscolare, una lotta senza quartiere. Non uno straccio di progetto riformatore, di metodo di contrattazione, di ristrutturazione del regime di fabbrica dal quale potere ripartire. Il campo è stato occupato da ciò che era cresciuto ai suoi fianchi e in parte al suo interno, cioè il terrorismo.

Come se non bastasse il regista si macchia di una seconda colpa. Prende sul serio, e abbozza una risposta all’ipotesi delle due borse, e quindi delle due bombe di diversa potenza che sarebbero state collocate nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Giordana riprende sobriamente gli argomenti illustrati da Paolo Cucchiarelli nel suo recente volume sulla strage di piazza Fontana edito da Ponte alle Grazie a Firenze. Per tale ingenuità, anche questo giornalista e saggista di estrema sinistra (ha teorizzato, molti anni fa ormai, una cosa peregrina come l’esistenza del doppio Stato) diventa carne da macello. Lo hanno sottoposto ad una vera e propria campagna di discredito che anche gli errori rilevabili qua e là non giustificano in alcun modo.

I suoi giustizieri sono impietosi. Il malcapitato non sarebbe uno storico, ma un costruttore di filiere. Non saprebbe  leggere i documenti. E tantomeno pesarli. Ma chi lo mette alla berlina? Non di rado è gente per lo più senz’arte né parte. Affabulatori, gazzettieri. Fior di cittadini che passano i giorni, e fanno cassa, in televisione, pascendosi come salamandre contro il fuoco dei conflitti spartitori.

Ma conoscono a menadito le regole del ruere in servitium. In romanesco verace si dice che sono esperti di paraculismo. Una delle regole auree, indiscutibili, di questa arte è che il mio amico Paolo Mieli sia uno storico che fa anche il giornalista. In realtà, Paolo non ha mai lavorato in un archivio. Non ha mai scritto – perché ha del pudore o forse perché non è un cinico – un saggio e tanto meno un libro di storia. È un bravo e attento bibliomane. Ha cartelle rigonfie di ritagli. Parla come mamma comanda. Poco e piano, quasi a fatica.



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