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PIAZZA FONTANA/ Se un regista demolisce i miti di Lotta continua

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Manifestazione in Piazza Fontana a Milano (InfoPhoto)  Manifestazione in Piazza Fontana a Milano (InfoPhoto)

Non è un vezzo, lo giuro. Perciò Giovanni Floris, Gad Lerner, Michele Santoro ecc. lo mettono in cattedra una sera sì una sera no. Dio e giudice. Come mai il potentissimo Mieli passa per uno storico, senza esserlo, mentre il povero Paolo Cucchiarelli, che frequenta gli archivi, si documenta moltissimo, non evita le questioni spinose, in queste settimane viene sbertucciato come un venditore di immagini apocrife e di leggende da suburra? Non è uno storico, ma non merita l’enorme discredi to di cui lo si è investito.

Ciò che non si dice, non si vuole che si sappia,è che in realtà né Cucchiarelli né Giordana hanno inventato nulla. Sono un perito come Cerri e un magistrato come Emilio Alessandrini, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del 1970, ad avere attirato l’attenzione sul doppio innesco, cioè sulla ipotesi che le borse, e le bombe esplose, fossero due.

Una (probabilmente di scarsa potenza) proveniente dal segmento bombarolo e irresponsabile degli anarchici (di cui faceva parte Valpreda), e l’altra da una ramificata trama eversiva veneta (Ventura e Freda) con collegamenti tra pezzi dei nostri servizi e militari della Nato.

 Qui nasce il secondo motivo di levata di scudi contro il regista Giordana. Non si può rappresentare la strage della Banca come rosso-­nera. Deve essere solo ed esclusivamente nerissima, cioè opera dei neofascisti in combutta con la Cia e la strategia della tensione montata a Washington, a Lisbona e a Madrid per impedire al Pci di andare al governo. Solo in questa situazione di emergenza nazionale, di pericolo pubblico, l’estremismo del partito di Sofri e Pietrostefani si giustificherebbe.

Ovviamene dove operano i servizi è improponibile cercare le verità definitive di cui ama parlare il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro. E anche le verità politiche e quelle giudiziarie non sono disgiungibili. Finiscono per confondersi, come è successo nel periodo della guerra fredda.

Poiché decisioni importanti sono prese con comunicazioni orali, se anche non ci fosse il muro dei segreti di Stato, lo storico si troverebbe di fronte a documenti che non parlano o raccontano una storia incredibile, poco affidabile. Per quanto concerne la situazione italiana, non c’è bisogno di invocare chissà quali misteri, o accreditare quali terribili sospetti, inanellando ad ogni piè sospinto processi sommari. Il Pci non poteva andare al potere in Italia fin quando gli equilibri tra l’area dei regimi liberaldemocratici e quella dei paesi comunisti non fossero stati rispettati, e concordati i mutamenti interni. Ma non c’è stato bisogno di favorire o ordire colpi di Stato, come crede una storiografia dominata dalla sindrome della cospirazione.

 La spiegazione risiede in una valutazione molto semplice: gli elettori italiani non hanno mai accordato al Pci né ad una coalizione di partiti da esso guidato la maggioranza dei consensi per potere governare autonomamente. Dunque, è la pratica dei metodi democratici per costruire il consenso, che fortunatamente anche il Pci con la fine del centrismo riconoscerà come un vincolo, a rendere inutili forzature come colpi di mano o di Stato.

Anche le stragi, certamente troppo frequenti, che hanno insanguinato il nostro paese, vanno relativizzate. Né gli Stati Uniti né singoli paesi della Nato avevano alcun interesse e nessuna ragione per imporre col ricorso a soluzioni armate regimi che il popolo attraverso l’esercizio del voto aveva saputo respingere preventivamente. Mi pare, dunque, inutile cambiare le carte in tavola.

Il film di Giordana e anche il saggio di Paolo Cucchiarelli, per quanto opinabili, sono un argine alla storia scritta dai vinti, cioè falsa, come quella che ogni tanto ci imbandisce Lotta Continua.

Ma non si cessa di essere perdenti neanche con un prolasso di tracotanza e di aggressività.



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