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TITANIC/ L’arrogante follia dell’ottimismo borghese

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Il transatlantico inglese RMS Titanic (immagine d'archivio)  Il transatlantico inglese RMS Titanic (immagine d'archivio)

Invece tutte le cause, tutte le cose sapute, tutti i “come” sbatterono contro un iceberg. E riemersero domande radicali, a scompigliare quella tranquillità. Per chi voleva rimanere in superficie, quell’urto riaprì la partita con il fondo di tutte le cose, ristabilì il tempo del “perché”: «è una esperienza dolorosa, ma pazientemente seguita quella che ci rimette Dio sulle labbra; e non su queste soltanto, ma nell’ardore del desiderio» (Pirandello, Arte e coscienza d’oggi).

Li avevano considerati cassandre decadenti, quegli scrittori che continuavano a ricordare che nessun progresso e nessuna formula ci avrebbero salvati. E invece la storia ha dato ragione a loro, a quelli come Chesterton: «la nostra civiltà è davvero il Titanic; per il potere e l’impotenza che mostra, per la solidità e la fragilità che mostra». Quella nave doveva essere simbolo del «potere» scientifico e tecnico, doveva far dimenticare di trovarsi sopra una nave: «se si costruisce una barca così grande da non sembrare più neanche una barca, bensì da sembrare un paese acqueo, per forza questo indurrà la mente a uno stato di vigilanza ridotto, perché la natura più profonda dell’essere umano è fatta così».

Mentre andava a fondo, il Titanic fece venire a galla tutta l’«impotenza» umana che le sue luci avevano oscurato. Non solo: rese evidente come non ci fosse «alcun rapporto di sana proporzione tra la provvigione di lusso e divertimento e il tentativo di provvedere al bisogno e alla disperazione». Chi infatti può rispondere alla «disperazione» emersa in quel drammatico frangente? Davvero un po’ di «divertimento» è proporzionato al «bisogno» che una tragedia mette a nudo?

Ai «nostri sventurati fratelli a bordo del Titanic», continua Chesterton, «è stato dato di sentire quell’istinto di creaturalità con un’urgenza tale che noi, lasciati sani e salvi sulla terra, non abbiamo». Proprio da loro, però, possiamo imparare la nostra ultima, inestirpabile, «fragilità». Quella che proprio in quegli anni di guerra improvvisa e devastante Giuseppe Ungaretti scoprirà allitterante con la parola Fratelli: mai gli uomini si scoprono così «fratelli» come quando riconoscono la loro «fragilità», ossia l’impotenza a rispondere da soli al proprio bisogno.

Ma quando l’uomo è «presente alla sua fragilità» – quando ci accorgiamo, come scrisse Chesterton in quella occasione, di «ciò di cui un uomo è davvero fatto, di che materia è fatta la nostra natura quando è al suo meglio e al suo peggio» – si ribella, seppure di una «involontaria rivolta». Non ci basta piangere sulla nostra fragilità. Cosa sono quattro lacrime se vanno a perdersi nell’oceano tra altre infinite gocce? E cosa può un abbraccio sulla prua – come quello celebre di Leonardo DiCaprio e Kate Winslet – contro l’abisso? Quanto può salvare?

Ci si può emozionare in massa guardando il film di James Cameron, insistendo però a credere di potersi sistemare piazzandosi su una nave – che magari non si chiama Titanic, ma: idee, regole, salute, cultura, famiglia, fidanzato, comitiva – che si presume inattaccabile dalla realtà. Quando però, in una notte tranquilla, una collisione ci sveglia dall’illusione di potercela cavare con quello che sappiamo costruire, ci vuole un abbraccio più potente delle onde del mare. A volte c’è bisogno che si attraversi l’inferno, ci sono notti in cui è necessario che si spengano le luci artificiali, perché si possano d’un tratto «riveder le stelle», o se ne possa almeno avere nostalgia. 



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