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TITANIC/ L’arrogante follia dell’ottimismo borghese

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Il transatlantico inglese RMS Titanic (immagine d'archivio)  Il transatlantico inglese RMS Titanic (immagine d'archivio)

Quando le Sirene cercarono di fermare Ulisse, sul mare dominava una grande calma. Ma «la calma profonda» – ce lo insegna il Moby Dick di Melville – «è forse più spaventosa della tempesta stessa»: «la più tremenda delle tempeste» quasi sempre «scoppia da quel cielo senza nuvole, come l’esplosione di una bomba su una città abbagliata e sonnacchiosa». Fatto sta che quando la nave di Ulisse passò davanti a quell’isola «il vento cessò» e puntuale giunse all’eroe il canto mieloso che voleva ammaliare, e fargli dimenticare chi era, per riempirlo invece di nuove esperienze: chi si ferma con le Sirene – questa era la promessa – poi se ne va «sapendo più cose».

Anche cento anni fa, nel 1912, c’era una grande calma quando affondò il Titanic. A imporla era l’ottimismo delle sirene chiamate positivismo e scientismo, che almeno da qualche decennio annunciavano che il mondo stava progredendo in maniera inarrestabile e promettevano di sapere così tante cose da poter regalare benessere a tutti.

Studiando i tre grandi autori dell’Ottocento italiano, si avverte subito quella mentalità: se Leopardi cerca la felicità e Manzoni la verità e la giustizia, tutta la tensione dei personaggi dei Malavoglia di Verga (siamo nel 1881) si incarna, invece, nella «ricerca del benessere». Il manzoniano «guazzabuglio del cuore umano» diventa il verghiano «meccanismo delle passioni»: come se all’uomo potesse bastare stare «meglio» nella società.

Che colasse a picco la Provvidenza, la vecchia barca carica di lupini dei Malavoglia, poteva anche essere messo in conto. Ma quando affondò il Titanic, non se l’aspettava nessuno. Navigava al sicuro, al vento di un’ideologia che presumeva di poter piegare tutto – perfino il mare – alle proprie misure. Nella trilogia dedicata a quella tragedia, Francesco De Gregori fotografa nei Muscoli del capitano il dialogo, «in questa notte elettrica e veloce», fra il capitano e il mozzo. Quando quest’ultimo gli fa notare che «c’è in mezzo al mare una donna bianca», il capitano gli dà retta soltanto per un attimo, e subito lo liquida: «io non vedo niente, c’è solo un po’ di nebbia, ché non c’è il sole: andiamo avanti tranquillamente».

Fu l’«andiamo avanti tranquillamente» di un’intera epoca, che credette di avere a due passi la felicità e la pace. L’affondamento del Titanic fu un fatto, prima che una metafora, ma fu giustamente interpretato – per esempio da Conrad – come un momento cruciale e simbolico, durante il quale naufragava l’«arrogante follia» dell’ottimismo borghese della belle époque.

In cosa consisteva questa follia? Nel far coincidere progresso e felicità, nel presumere che le capacità umane garantiscano la felicità. Non era più il tempo di chiedersi il perché delle cose entrando nella loro abissale profondità, bastava capire come fare a tenersi a galla nella vita (lo imponeva il dogma comtiano dell’età scientifica). Bisognava smetterla con «certe stolte domande», sentiva gridare intorno a sé Pirandello: «Siete dei pazzi petulanti! Donde si viene? dove si va? Che si aspetta qui nel dubbio della sorte? A quale scopo vivo io? – Ma la vita non ha scopo; la vita ha cause che la determinano». 



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