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CHIESA/ Amare tutti o solo alcuni? Il caso strano delle confraternite

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Prima della grande svolta modernizzatrice di Otto-Novecento, è stato al momento della lacerante crisi settecentesca che l’intreccio tra la religione dei laici e la rete delle istituzioni della Chiesa ha conosciuto la messa in discussione più vigorosa. Dopo che le riforme del concilio di Trento e i loro sviluppi del Seicento barocco ebbero ridefinito il volto del cristianesimo popolare, la presa di coscienza dei limiti di un certo modo di intendere e praticare l’esperienza cristiana riaprì nuove falle nella linea di quella che avrebbe potuto essere una piatta continuità, generando richieste e aspettative che attendevano di essere colmate. L’innalzamento del livello della richiesta si rovesciò in un giudizio di insoddisfazione, fino alle punte estreme della condanna aperta e di una vera e propria demonizzazione.

Per rimediare ai guasti della religione collettiva, l’unico rimedio era reciderne le parti malate e sfrondare risolutamente il superfluo. Gli attacchi sferrati contro il «magismo» e l’infiltrazione degli abusi superstiziosi si univano al desiderio di rimettere al centro della vita della Chiesa l’assimilazione personale, sistematica e coerente, della dottrina in cui si era condensata la sua millenaria esperienza dell’avventura dell’uomo alla ricerca della felicità eterna. Nelle parole di Ludovico Antonio Muratori, il principe dell’erudizione ecclesiastica all’aprirsi del secolo dei Lumi, la «devozione dei cristiani» doveva essere semplificata riducendola ai suoi termini costitutivi: bisognava «regolarla» per trasformarla in una «vera e soda devozione», sgombra di ogni incrostazione superflua, radicata sempre di più nella coscienza dell’io e restituita alla sua anima primordiale. Meno «medaglie, corone, abitini, cordoni, immagini di santi, brevi di indulgenza e simili altre invenzioni visibili di pietà»: sotto la scorza dei «sensibili aiuti» offerti ai fedeli cristiani, bisognava far riaffiorare la polpa gustosa da cui troppo a lungo il «basso popolo» aveva rischiato di essere tenuto lontano.

Il dotto prevosto modenese non aveva dubbi su quale doveva essere il fulcro di un nuovo cristianesimo purificato. Sull’esempio supremo dell’amore rivolto da Dio, per primo, al sollievo dell’uomo bisognoso di salvezza e di redenzione dai suoi mali, la via maestra non poteva che essere quella della carità. Innestata nel cuore stesso di Cristo, la vita del cristiano era chiamata a diventare un «continuo esercizio d’amore verso Dio e verso il prossimo suo». Dalla sua fonte divina, discendeva il fine «grandioso, vasto, sublime» che la carità doveva prefiggersi: quello di non lasciarsi bloccare dentro confini e limitazioni angusti, di non respingere a priori niente e nessuno, ma di spalancarsi verso gli orizzonti del tutto, così come senza condizioni e universale era stato l’amore di Dio incarnato nella figura del «nostro gran Salvatore Gesù»: «perciocché egli non ha mai finito di desiderare e sospirare che tutto il mondo diventi una società e radunanza di persone», le quali «per amore di lui si voglian bene come fratelli, si compatiscano, si aiutino e facciano del bene l’uno all’altro per quanto mai possono».



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COMMENTI
17/04/2012 - le confraternite esistono ancora (Marco Claudio Di Buono)

Vivo nel Cilento dove vi sono numerose confraternite nate generalmente nel 500-600, anche se si sono perse le memorie di quelle ancora più antiche. E' forse vero che si corre il rischio di perdere lo spirito originario e di porre in essere solo delle mascherate folkloristiche, ma dalle mie parti le "congreghe", come le chiamiamo, avevano nel passato una funzione di aiuto e soccorso della gente più povera; benchè forse non promuovevano una fede ortodossa al 100%, spingevano persone per lo più analfabete a partecipare alle funzioni religiose, si preoccupavano delle ragazze senza dote procurandogli il necessario per sposarsi. In qualche modo, pur tra molti errori, vivevano quei principi di carità evangelica che gli intellettuali di tutti i tempi sanno solo descrivere a parole. Certo, come ha detto il Vescovo di Vallo della Lucania Ciro Miniero, si deve coniugare tradizione e modernità, devono riscoprire e vivere nella vita di tutti i giorni la fede in modo concreto, recuperando l'originario messaggio cristiano: quello di una Presenza che ama tutti, a cominciare da me.