BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ARTE/ Marlene Dumas, può il dolore convivere con la bellezza?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Marlene Dumas, Homage to Michelangelo, 2012 (courtesy l’artista, ph.©Peter Cox)  Marlene Dumas, Homage to Michelangelo, 2012 (courtesy l’artista, ph.©Peter Cox)

Su questa immagine però, un tempo popolare, occorre soffermarsi, perché molti non la ricordano più. La figura riprende la protagonista di un film che Pasolini gira nel 1962 e che è interpretato da Anna Magnani. Mamma Roma è una prostituta romana che tenta di cambiare vita e riesce fortunosamente a sfuggire al protettore. Per un po’ si mantiene con fatica vendendo frutta e verdura al mercato, mentre il figlio, da lei infinitamente amato, trova lavoro come cameriere. Ma il protettore si ripresenta e la costringe a tornare sul marciapiede. Il figlio, che fino a quel momento ignorava il passato della madre, viene a saperlo e, preso dalla disperazione, si getta nel mondo della malavita. Arrestato per un piccolo furto, morirà in ospedale, tra i deliri della febbre.

Ci voleva un certo coraggio a ispirarsi a una storia come quella di Pasolini, carica di tutto il dramma, ma anche di tutto il melodramma, dell’Italia che stava uscendo dal dopoguerra. Ci voleva coraggio, tanto più in tempi come i nostri: tempi in cui ci hanno fatto credere per anni di essere la società del benessere (anche se poi abbiamo scoperto che eravamo invece sull’orlo del fallimento).

Marlene riesce a creare un’icona efficace eliminando tutto il superfluo e mirando all’essenziale: come se usasse una macchina fotografica “stringe” sul volto di Mamma Roma, ne semplifica i tratti e lo vira in un nero violaceo che le toglie l’immediata riconoscibilità cronachistica. Così la figura non è più quella di un’attrice famosa: rimane solo la sua storia, che diventa l’immagine del dolore e insieme dell’amore che lega una madre al figlio. Del resto molti soggetti di Dumas legano insieme sofferenza e amore. L’artista, cioè, racconta anche una vicenda di pietà, che può diventare una vicenda di redenzione: una parola che appartiene al linguaggio religioso come a quello laico.

Di queste cose parlano anche i quadri creati per l’occasione: quelli ispirati alla Pietà Rondanini e ai crocifissi dei musei milanesi, e quelli sulle “Stelline”, le orfanelle che fino alla metà del Novecento erano ospitate nell’edificio dove ha luogo la mostra.

Le Stelline erano bambine prive di tutto a cui la generosità dei benefattori permetteva un’istruzione e un mestiere, anche se poi la vita di collegio era quella che era (e le finestre avevano le sbarre che l’allestimento ha ripristinato).

È emblematico, tra l’altro, vedere come sono stati interpretati da certi osservatori – non necessariamente critici d’arte – i quadri sulle orfanelle milanesi. Contraddicendo la storia, che ci testimonia che al collegio delle Stelline, come del resto a quello dei Martinitt, non sono mai mancate le donazioni perché la gente lo considerava (giustamente) un’ istituzione benefica; contraddicendo le testimonianze stesse delle orfane milanesi, che hanno sempre parlato con riconoscenza e affetto della loro esperienza, alcuni commentatori hanno dipinto l’antica istituzione delle Stelline come una specie di campo di concentramento dove si conduceva una vita d’inferno.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >