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ARTE/ Marlene Dumas, può il dolore convivere con la bellezza?

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Marlene Dumas, Homage to Michelangelo, 2012 (courtesy l’artista, ph.©Peter Cox)  Marlene Dumas, Homage to Michelangelo, 2012 (courtesy l’artista, ph.©Peter Cox)

Ora, è ovvio che vivere in famiglia è meglio che vivere in collegio. È ovvio che avere dei genitori affettuosi, sani e magari ricchi è meglio che rimanere orfani. È ovvio anche che la libertà di cui godeva una ragazza tra Otto e Novecento (non solo alle Stelline, ma anche al Collegio delle Fanciulle che accoglieva orfane di famiglie nobili o abbienti, e, potremmo dire, anche in una qualsiasi famiglia dell’epoca) era soggetta a restrizioni oggi impensabili. Tuttavia impressiona che, invece di riconoscere la positività di quell’organismo di assistenza, si insista sui suoi inevitabili limiti, giudicati tra l’altro non col metro di allora ma con quello di oggi. Non sembra invece questo l’intento di Marlene Dumas che, anche affrontando questo tema, lega insieme la sofferenza e lo slancio affettivo, l’esperienza della durezza della vita e la consapevolezza che esistono anche la generosità, l’amicizia.

È un’ antologica tutt’altro che edonistica, la sua. Eppure da questa quadreria dolorosa si esce con una strana serenità, che non nasce solo dall’aver visto una bella mostra, ma da qualcosa di più misterioso. Che non è buonismo. Forse è speranza.



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