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GIUSTIZIA/ Cari giudici, la famiglia non è una "Spa"

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Da quanto detto emerge dunque la conferma che i termini e i concetti giuridici non sono per nulla “neutri” ed intercambiabili a piacimento, perché – se si vuole evitare la “frode delle etichette” – ognuno di essi sottende una precisa concezione, una scelta di valore: il matrimonio in una prospettiva strettamente volontaristica non è il matrimonio in una prospettiva istituzionale (pur nella possibile mutevolezza delle forme di tale istituzione). Solo avendo chiaro questo è possibile passare alla valutazione di quali sono le ragioni che possono giustificare le scelte (e le loro conseguenze) che inevitabilmente l’ordinamento giuridico compie in questa materia quando ne detta una regolamentazione.

E ancora: è solo a partire da questa consapevolezza che chi intenda difendere le ragioni di una traduzione culturale millenaria, può esplicitare una vera consapevolezza critica dei principi e dei valori implicati nella famiglia come istituzione giuridica fondata sul matrimonio, che la diversifica non solo rispetto a prospettive meramente contrattualistiche, ma anche rispetto a diverse forme istituzionali del matrimonio. Soprattutto si richiede una consapevolezza di cosa significa il riconoscimento della giuridicità del legame matrimoniale, vale a dire qual è il significato e la ragion d’essere del riconoscimento di una dimensione necessariamente vincolante di fronte alla intera comunità.

Ne consegue che uno dei compiti più urgenti dei giuristi nel campo del diritto di famiglia è la ricostruzione del concetto di famiglia come istituzione non nel senso di istituzione gerarchica, ma di istituzione paritaria fondata sulla solidarietà, dove il consenso matrimoniale non abbia più una valenza contrattualistica, bensì abbia il valore di foedus ossia evochi l’idea di alleanza in cui gli sposi mettono in comunione non singoli fatti, ma tutta la vita, dove i diritti inviolabili convivano con i doveri di solidarietà dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, dove nell’unità della famiglia il fine di ciascuno dei membri diventa lo sviluppo e la felicità dell’altro e, in questo senso, come già aveva osservato il grande giurista Luigi Mengoni, i diritti dei membri della famiglia si universalizzano, giusta la formula dell’art. 29 Cost., come diritti della famiglia.

L’operazione non è certo facile in una situazione in cui è stata smarrita l’idea di una realtà oggettiva conoscibile ed in cui domina l’emozionalismo ed il soggettivismo irrazionale. Tuttavia, in questa situazione il giurista si trova avvantaggiato, perché la necessità di rigore metodologico e di chiarezza concettuale lo costringe a quel continuo recupero di una razionalità, di una coerenza logica e argomentativa, di un approfondimento della conoscenza, che sono agli antipodi del clima culturale dominante.



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