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TONIOLO/ L’economista che a Marx e ai banchieri preferiva gli operai

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Giuseppe Toniolo è convinto che nell’operatività economica la spinta propulsiva deve rintracciarsi in un sano tornaconto, ma è, altresì, convinto che questo interesse non dovrà mai trasformarsi in un principio da dover massimizzare ad ogni costo e che mai può trasformarsi in speculazione e in ricerca del potere di un individuo o di una collettività su altri individui o su altre collettività. Tutto questo perché nella prospettiva cristiana la spasmodica ricerca del tornaconto resta pur sempre in contrasto con il perseguimento del bene comune e della solidarietà economica e mai, specialmente nei confronti del lavoro, potrà trasformarsi in soluzioni di “materialismo cupido” da spingere “gli industriali fino al parossismo il lavoro degli operai, come mezzo a guadagni sfruttatori, mentre gli operai lo subiscono soltanto come necessità e lo dispettano come un marchio di novella servitù”.  Il suo ragionamento diviene anche un preciso monito verso l’ozio finanziario allorché evidenzia: “Poco giova ad un paese l’avere molti proprietari di terre forse incolte, o molti capitalisti forse oziosi che vivono di prestiti allo Stato; bensì altamente profitta l’avere il massimo possibile di proprietari e capitalisti che direttamente partecipino colla la loro operosità personale agli ardimenti e ai sacrifizi del lavoro produttivo”.

Questo ci introduce ad un tema centrale nella ricerca del Toniolo, il rapporto tra capitale e lavoro. Sarà questo un tema che impegnerà tutto il secolo trascorso e che ancora oggi coinvolge il dibattito etico e scientifico. Nell’analisi del Toniolo il capitale, differentemente dal lavoro e dalla natura, non è un fattore produttivo originario, ma è, in buona sostanza, “un prodotto, e quindi un risultato di un’anteriore industria... è un prodotto sottratto al consumo e destinato ad ulteriore produzione”. In questo senso il capitale deve essere inteso e trattato come “un fattore artificiale cioè preparato dall’uomo col concorso della natura, e non già primigenio come questi due...” per cui “il capitale per sé immediatamente non è produttivo, ma solo mediatamente, cioè soltanto per mezzo delle forze umane e di natura”; di conseguenza “la funzione del capitale è complementare, cioè integra quella del lavoro e della natura”. Da tutte queste posizioni logiche il Toniolo ne consegue che: “Più largamente deve dirsi, che se autore del capitale è l’uomo, avuto riguardo alle cause concomitanti, il capitale è figlio di tutta l’umana civiltà”; per cui occorre tenere sempre presente “che se il lavoro domina progressivamente la natura per mezzo del capitale, è sempre l’uomo che trionfa, sicché la produzione economica è umana per eccellenza, anche allora che per ingente impiego ed uso stromentale del fattore capitale si parla di economia capitalistica per eccellenza”.

Queste affermazioni, in piena sintonia con la Rerum novarum, costituiscono i presupposti logici al postulato del primato del lavoro sul capitale che la Dottrina della Chiesa sempre affermerà sino a delucidarlo in tutti i suoi risvolti economico-sociali nelle tre encicliche sociali di Giovanni Paolo II e sino ad interrogarsi se sia eticamente corretto attribuire al solo capitale qualsiasi livello di reddito netto prodotto dall’impresa o se, invece, una volta che fosse garantita la remunerazione congrua per il rischio ontologico d’impresa al capitalista, l’eventuale eccedenza non dovesse essere opportunamente suddivisa (o rimanere a disposizione dell’impresa) tra lavoro e capitale nella considerazione che il reddito in esubero a quella remunerazione debba congiuntamente attribuirsi a questi due fattori che “abitano” l’impresa.



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