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TONIOLO/ L’economista che a Marx e ai banchieri preferiva gli operai

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Questi sono i presupposti da cui si diparte il ragionamento del Toniolo circa il rapporto tra capitale e lavoro. Il lavoro ha il primato rispetto al capitale perché in un’economia che abbia a ripudio il fatto speculativo è il lavoro che produce la ricchezza, e la parte di questa che non è consumata o sciupata va naturalmente a costituire il capitale sia sotto forma finanziaria che di insieme coeso di beni. Sarà, quindi questo accumulato stock di ricchezza che dovrà, almeno nella parte che meglio si presta allo scopo, essere riutilizzata per generare nuovo lavoro, questa è la naturale vocazione del capitale disponibile. Se, invece, questo ontologico e proficuo circuito viene interrotto e se il capitale, a cui si potrebbe dare la destinazione di investimento per  la produzione di lavoro, lo si sottrae da questa sua naturale vocazione, allora prenderà piede la speculazione e il capitale, possibilmente sotto forma finanziaria, sarà destinato a produrre nuova ricchezza finanziaria e avrà il compito di arricchire chi è già ricco e di non generare o mantenere i livelli occupazionali.

Avendo questo retroterra etico-culturale, Giuseppe Toniolo si impegna a favorire, nella concreta realtà economica, tutte quelle forme aziendali in cui il lavoratore assume una parte attiva nella gestione sia del capitale che del proprio lavoro. Individua nell’impresa cooperativa lo strumento che meglio permette di perseguire questi obiettivi socio-economici. Tramite lo strumento cooperativistico egli, al contempo, intende educare alle vicende della realtà economica e far progredire i lavoratori, i quali, nel voluto isolamento delle loro singole possibilità in cui li aveva posti il potere del capitale, spesso non sono in grado, se non adeguatamente supportati nella solidarietà e nella mutualità, di mettersi insieme per ricercare soluzioni che favoriscono l’esercizio diretto di attività di intrapresa. Allo stesso tempo si operava per la nascita di associazioni sindacali che fossero ispirati dall’ossequio al principio solidale del bene comune, affinché il lavoratore della fabbrica e della campagna potesse essere in grado di contrapporsi in maniera adeguata al potere padronale e a quello del capitale al fine di sostenere le proprie necessità sociali.

Anche per il sostegno di queste attività produttive di tipo artigianale o cooperativistico egli si opera per la costituzione di istituti che gestissero mutalisticamente il credito e che fossero direttamente collegati alle attività produttive di un certo territorio, e questo perché questi istituti “respirando” più direttamente l’area economica del territorio di loro riferimento fossero non solo più vicini alle necessità congiunturali di quelle economie, ma fossero anche strumento per sollecitarne le crescite dimensionali e per dare a loro un sostegno finanziario che altrimenti non avrebbero avuto. È questo il disegno di un’economia solidale ove il lavoro, il capitale, le attività produttive si sostengono solidariamente insieme e dove la persona umana è posta nuovamente al centro delle vicende economiche.

La pretesa neutralità dell’economia e delle sue correlate operatività non è in grado di perseguire questi obiettivi, ma per farlo diviene necessario che essa ponga le sue radici e si sviluppi sul e con il principio etico del bene comune. Giuseppe Toniolo ha rinvenuto la sostanza di questo principio nell’etica cristiana, la quale, egli afferma: “deve assumersi come la più alta e sicura espressione dell’etica razionale”. Confermando così la sua certezza nella ragionevolezza e nella razionalità della proposta cristiana. 



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