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LETTURE/ Vittadini: chi fu a preparare il declino dell’Italia negli anni 90?

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Romano Prodi (InfoPhoto)  Romano Prodi (InfoPhoto)

L’iniziativa di tanti “io” che, dal basso e liberamente, si sono messi insieme e hanno collaborato a costruire la storia del nostro Paese, vivendo come opportunità positiva ogni fase di cambiamento. Cosa ha a che fare questo tema con quello delle liberalizzazioni di oggi e di ieri? Ciò che viene sbandierato per giustificare le privatizzazioni, anche quando attuate senza liberalizzazioni è una certa idea di mercato. Il mercato sarebbe il libero muoversi, senza regole, delle forze del capitalismo finanziario. Tale concezione, che poteva mostrare il suo appeal negli anni 90, dovrebbe apparire sconfitta dopo la storia degli ultimi anni. Il mercato è un’istituzione sociale e culturale paragonabile ad una piazza dove un principe consente a tutti di entrare con la loro bancarella e fissa pesi e misure a garanzia degli acquirenti. È un’istituzione che garantisce al più piccolo di entrare con i suoi prodotti anche quando gruppi più grandi tenderebbero ad escluderlo. Un luogo, quindi, dove vigono regole nate “dal basso”, da soggetti economici e sociali e sancite dall’autorità.

La rendita, il non-mercato nasce quando questo armonico fluire e muoversi prevarica, quando non si seguono i “desideri socializzanti”, che, come dice il premio Nobel Kenneth Arrow, unici possono armonizzare interessi individuali e bene collettivo. Eppure anche oggi, in piena crisi economico-finanziaria, si dimentica questa verità e si ripropone un’idea di mercato, simile a quella alla base delle liberalizzazioni degli anni 90, riduttiva e mortificante la nostra identità e il vero sviluppo. In un’Italia che appare sfiduciata, il libro di Da Rold ricorda che il vero mercato è quello che si basa sul desiderio e sulla capacità di ogni singola persona di costruire il bene comune. Le liberalizzazioni, oggi come ieri, se non servono a levare lacci e lacciuoli a questa energia creativa porteranno a nuovi e irreversibili guai.



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COMMENTI
21/04/2012 - commento (Stefano Gianni)

bell'articolo, di irreversibile tuttavia c'è solo la morte. Penso che ce la faremo, ma dobbiamo appunto darci tutti da fare. Ritengo un punto critico limitare la durata del numero dei mandati di rappresentanza politica (2, massimo 3 volte), solo così possono liberarsi le energie migliori. Questo è uno dei movimenti di opinione che possiamo lanciare per cambiare positivamente le cose.