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LETTURE/ Vittadini: chi fu a preparare il declino dell’Italia negli anni 90?

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Romano Prodi (InfoPhoto)  Romano Prodi (InfoPhoto)

“È proprio vero che i conti dello Stato sono più importanti di una disoccupazione altissima, diventata quasi fisiologica? Come è possibile che un cittadino accetti di pagare in tasse il 46% del reddito che produce? E questo Stato, con le sue spese che salvano banche e prodotti finanziari, che cittadini rappresenta?”. Ci sono domande divenute ormai un retropensiero inquietante dietro ad analisi, riflessioni e commenti che affollano i dibattiti in questi anni di grande trasformazione. Domande che qui trovano un affronto serio e accorato, a partire dal grande tema sotto i riflettori: quello delle privatizzazioni dei primi anni Novanta. Se non contribuirono a diminuire il debito pubblico; se non portarono ad un azionariato più diffuso; se ebbero un costo consistente finito per lo più nelle tasche di banche d’affari, principalmente anglosassoni, quale fu il vero motivo ispiratore delle privatizzazioni?

Non è una domanda da poco, visto che la lettura di queste pagine dà corpo alla convinzione che la mancata crescita di oggi è frutto delle “disgraziate privatizzazioni senza liberalizzazioni” di quegli anni. E l’autore offre una risposta radicale: “Fu innanzitutto un’operazione di lifting dell’Italia, un’operazione [...] di ricerca di credibilità verso i grandi poteri internazionali, in particolare quelli della finanza mondiale. E lo si fece nello stesso tempo guardando gli interessi degli amici degli amici, senza tanti scrupoli”. Ma se la storia delle privatizzazioni, di chi le ha fatte e perché, di chi ci ha guadagnato e come, non può rimanere un “buco nero” nell’autocoscienza italiana, non è forse inutile riflettere su ciò che il nostro Paese si ritrovò a mettere in dubbio per recuperare una sua supposta carente credibilità a livello internazionale: il valore della sua economia reale, contrapposta pretestuosamente a quella finanziaria.

Il nostro sistema produttivo, tessuto connettivo socio-economico del Paese, composto da un numero estremamente ridotto di grandi imprese, da un crescente, ma ancora esiguo, numero di imprese di medie dimensioni e, per la gran parte, da piccole e piccolissime imprese, è stato, infatti, fino alla recente crisi, snobbato da molti economisti e commentatori autorevoli come un retaggio del passato da “rottamare”. Un’operazione di potere quindi, secondo Da Rold, che invece di rilanciare l’economia ha posto le basi per il suo rallentamento cronico che data agli inizi degli anni 2000. Ma sarebbe riduttivo imputare questi fatti a sole operazioni di potere: c’è un errore di culturale di fondo che rischia di ripetersi anche oggi. Nel libro, si parla, a ragion veduta, di “complesso d’inferiorità di una subcultura che non difende la propria identità”. A cosa ci si riferisce? C’è una storia dell’Italia che raramente viene messa in risalto: quella fatta dalle diverse forze culturali che sono riuscite a fondersi, a diventare, prima ancora che esperienze partitiche, realtà popolari vissute, capaci di generare risposte umane e sociali significative: banche, imprese, strutture sociali e hanno ricostruito l’Italia con la più grande diffusione di attività imprenditoriali e sociali esistente al mondo. 



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COMMENTI
21/04/2012 - commento (Stefano Gianni)

bell'articolo, di irreversibile tuttavia c'è solo la morte. Penso che ce la faremo, ma dobbiamo appunto darci tutti da fare. Ritengo un punto critico limitare la durata del numero dei mandati di rappresentanza politica (2, massimo 3 volte), solo così possono liberarsi le energie migliori. Questo è uno dei movimenti di opinione che possiamo lanciare per cambiare positivamente le cose.