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TANTARDINI/ Borghesi: don Giacomo, un uomo innamorato della bellezza di Cristo

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Don Giacomo Tantardini (Immagine d'archivio)  Don Giacomo Tantardini (Immagine d'archivio)

Il cristianesimo di don Giacomo parlava ora il linguaggio dell’amore, il linguaggio di Agostino, l’autore che dalla fine degli anni 90 lo accompagnerà fino agli ultimi giorni. Agostino è il dottore della grazia, grazia della fede non solo nel suo inizio ma ad ogni istante. È il cristiano del primo millennio che, nella sua Città di Dio, concepisce ancora la fede in un mondo pagano e non nell’ottica (medievale) della Cristianità. È il convertito per il quale la fede è il contraccolpo dell’esperienza di un grande amore: si può credere ed amare solo se prima si è stati amati. Don Giacomo ripensava, in tal modo, la categoria di “Avvenimento”, mutuata da Giussani, alla luce della nozione agostiniana di “grazia”. Tesseva un filo ideale tra Giussani ed Agostino: la grazia è l’Avvenimento presente, è la testimonianza in atto. Nel tempo dell’esilio due cose sostengono la fede: la testimonianza e la tradizione della Chiesa. Un cristianesimo mostrato in una testimonianza proveniente da un’affezione e un educazione ai gesti della tradizione: la preghiera, il silenzio, la liturgia, la dottrina. 

La sua passione era di comunicare questo cristianesimo semplice – la grande intuizione di don Giussani – al mondo. A questo doveva corrispondere l’intento di “30 Giorni”, il mensile della Chiesa nel mondo tradotto nelle principali lingue. La sua creatura, l’opera a cui si è dedicato con passione ed attenzione sino a realizzare uno strumento unico, per diffusione e rilevanza dei contenuti, nel panorama ecclesiale contemporaneo. Non era più don Sturzo a guidare le riunioni di redazione, come ai tempi de “Il Sabato”, ma il discepolo di Agostino e di Giussani che indicava i “segni dei tempi”, le urgenze della fede, il positivo da valorizzare, le personalità da intervistare, le testimonianze da raccogliere. 

Fino all’ultimo giorno ha lavorato per questo. Era il suo dono personale alla Chiesa universale, un dono sconosciuto ai più, alle centinaia di lettori che, di volta in volta, ringraziavano per gli articoli senza sospettare che dietro di essi, dietro l’accurata impostazione del giornale, vi era la passione, l’intelligenza e l’amore a Cristo di un grande sacerdote.

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COMMENTI
24/04/2012 - "Cristo me trae tutto tanto è bello" (alcide gazzoli)

Stupendo articolo. Io conobbi Giacomo e lo frequentai durante e dopo quell'"esilio" . Che innamorato di Gesù, le sue prediche nella messa, sentirlo pregare, inginocchiato sul marmo davanti alla chiesa chiusa di sera d'inverno della Madonna del Bosco a dire il rosario, davanti alla tomba di San Filippo Neri a Roma... La Grazia, la Grazia, la Grazia... "Cisto me trae tutto, tant'è bello" di Jacopone da Todi: questo mi è vivo dentro. Si cede ad un'attrattiva, questa è la "volontà" nell'uomo. Persino la domanda è data, e "passa Gesù perché possiamo domandare" (Agostino). Che... stupore!