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25 APRILE/ Zecchi: siamo figli di una guerra civile. Non è uno scandalo

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Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (InfoPhoto)  Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Il tempo passa ma il 25 aprile, a quanto pare, no. Ci è voluto Napolitano a provare di stemperare le tensioni che sono seguite al rifiuto dell’Anpi, l’Associazione dei partigiani italiani, di invitare alle manifestazioni per l’anniversario della liberazione Renata Polverini, presidente del Lazio, e Gianni Alemanno, sindaco di Roma. Che di sinistra non sono. Il Capo dello Stato però alle celebrazioni ha voluto tutti.
È l’ennesimo caso di come la storia, certa storia nazionale, continui – a distanza di quasi 70 anni –  a dividere anziché ad unire. Eppure, alcuni la pensano diversamente. Ben vengano le divisioni, dice Stefano Zecchi, editorialista e docente di estetica nell’Università di Milano. A patto che si mantengano sul piano culturale. Zecchi è autore di un romanzo, Quando ci batteva forte il cuore, in parte autobiografico, sulle vicende della nostra frontiera orientale, dove il ’45 non segnò affatto la fine della guerra, ma l’inizio di un’altra, ancor più ideologica e strisciante.

Ci siamo abituati, negli anni, a sentire esortazioni alla memoria condivisa. Non sembra che ne siamo ancora capaci.

Che la memoria sia condivisa è un’illusione e una ipocrisia. La memoria non è mai condivisa perché ognuno ha la sua percezione del passato, dalla quale viene una lettura della realtà e un giudizio sul mondo. C’è una libertà della memoria che è un dato essenzialmente culturale. E come tale va salvaguardato.

Che cos’è il 25 aprile?

È la data di una vittoria in una guerra civile. Quando ci si spara addosso tra persone di uno stesso popolo con una stessa identità linguistica e culturale, partigiani contro repubblichini e repubblichini contro partigiani, quella è una guerra civile. Non dobbiamo nasconderci il fatto che ci sono stati dei vinti e dei vincitori. E i vincitori, anche politicamente, sono stati i partigiani.

Come mai questo passato dura da 50 anni e non è ancora finito?

Perché in fondo è una storia recente, che ha protagonisti vivi e ferite aperte. Questo non mi sorprende. Le dirò di più: mi sembra un segno di lealtà culturale accettare questa mancanza di condivisione della memoria. Non ne farei uno scandalo. Se è un dato culturale, non possiamo far finta che non ci sia. Per questo, anzi, riflettiamoci su.

Lei ha parlato di libertà della memoria. Però in questi anni si è fatto anche un uso politico della memoria storica, o no?

Certo. E anche questo non mi scandalizza. Il nostro presente è carico del nostro pensiero, e il nostro modo di vedere la vita dipende dal passato. Semmai mi stupirebbe che non ci si stupisse più: questo sì sarebbe preoccupante, perché vorrebbe dire che siamo alla dittatura del silenzio. Il fatto che ci siano divergenze, che si continui a discutere, lo trovo vitale e giusto.

Lei ha scritto un romanzo in cui si rievocano le vicende istriane: la repressione comunista e l’esodo istriano-dalmata.



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COMMENTI
28/04/2012 - il pensiero che soffoca le differenze (luisella martin)

Le soffoca non tanto perchè da fastidio pensare che un altro non condivida le tue idee, ma perchè dal confronto scaturisce necessariamente un'assunzione di responsabilità. Dietro la proclamazione della forza morale e fisica dell'uomo sull'uomo di ogni dittatura, si nasconde, a mio parere, la viltà di non volersi assumere le proprie responsabilità. Assumersi le responsabilità delle proprie azioni è fatto che implica la nostra libertà interiore e quindi l'esistenza di Dio che ci ha fatto simili a Lui. Più facile dare la colpa agli altri! Siamo figli di una guerra civile da sempre, da Caino e Abele in poi! Lo scandalo è non accorgersene.

 
25/04/2012 - Ancora Oggi (Antonio Servadio)

Ancora oggi, quando certi pochi anziani esuli Fiumani organizzano qualche incontro pubblico per raccontare le vicende come le hanno vissute loro, lo straziante esodo delle loro famiglie, il peso di una memoria dolorosa, di strappi violenti, che li insegue ovunque, inesorabilmente intervengono individui e a volte anche gruppetti di fanatici molto politicamente orientati, che fanno polemiche di chiaro stampo ideologico, lanciano acide accuse, intimidiscono, creano tensioni, pur di negare a priori quelle (uniche) preziose voci di testimoni diretti, quelli che erano bambini o ragazzi in Istria, quelli che vogliono raccontare la propria memoria per condividerla. I gruppettari vogliono esattamente il contrario, vogliono reprimere le testimonianze, perché deve vincere la loro lettura politica e ideologica. Non vogliono lasciare parlare. No, non c'è affatto memoria condivisa. Non c'è proprio memoria; perchè se lei interroga la gente chiedendo il significato di "via Fiume", le rispondono che si tratta di un corso d'acqua. Non esistono più gli schieramenti politici della cosiddetta "prima repubblica" ma restano vive e floride certe forme mentali, le ideologie. Peggio che in passato, perché almeno in passato avevano una precisa etichetta, era palese che ci fossero. Oggi ci sono ma non sono dichiarate. Sono mimetizzate. Vergognosamente con gli stessi paraocchi della storia, per cancellarne alcuni pezzi scomodi.