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LETTURE/ Luzi, Pasolini e il marxismo

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Mario Luzi (1914-2005) (InfoPhoto)  Mario Luzi (1914-2005) (InfoPhoto)

Tra l’estate e l’autunno del 1954, sulle pagine del periodico La Chimera si svolge una polemica che, al di là dell’aneddotica e del pettegolezzo letterario, si rivela estremamente interessante: e non solo per la sua capacità di mettere a fuoco quello che è l’eterno problema dell’arte occidentale – il realismo – ma, soprattutto, perché vede contrapporsi due posizioni, quelle di Mario Luzi e di Pier Paolo Pasolini, che curiosamente risultano, oggi, quasi come dei paradigmi, emblemi di due tendenze, due connotazioni agoniche sempre presenti – e spesso in lotta – nel gesto conoscitivo di chiunque. Una contrapposizione che contrapposizione non è, e che soprattutto non si esaurisce nel banale schema di lettura del “poeta cattolico” (Luzi) contro l’“intellettuale comunista” (Pasolini).

I due autori si erano fino ad allora frequentati pochissimo. Luzi veniva suo malgrado visto come l’alfiere dell’ermetismo fiorentino; Pasolini, di contro, si era fatto portavoce di quella cultura marxista che intendeva porre le basi di nuove modalità di rappresentazione estetica e di elaborazione linguistica “popolare” – a partire proprio dalla brutale revisione di quella letteratura “ermetica” considerata elitaria, narcisistica, antistorica nonché, a suo tempo, connivente al fascismo.

La scintilla scatta quando, in un articolo intitolato – non senza una sottile intenzione provocatoria – Dubbi sul realismo poetico, Mario Luzi si interroga sulla effettiva validità artistica delle nuove soluzioni espresse dai gruppi torinesi e romani, di cui Pasolini era uno degli esponenti più originali e vivaci. Scrive Luzi: «Quel che importa in ogni modo osservare è che (...) una equazione realtà-verità è lontana dal sentire moderno. D’altra parte, solo il cattolicesimo accoglie fermamente la nozione di realtà come un gradino gerarchico della verità: e appunto la letteratura cattolica ha sempre abbondato di scrittori dal piglio vigorosamente realistico. Il curioso è dunque che il richiamo al realismo non provenga oggi né da una dottrina immanentistica né dal cattolicesimo, ma dall’umore, dal temperamento, dal gusto di chi lo interpreta o semplicemente descrive il mondo per fragmenta».

È chiaro, da parte di Luzi, l’intento di smontare una pretesa, quella del presunto realismo marxista degli anni Cinquanta. Si posizionava aggressivamente rispetto a qualsiasi tentativo diverso, e tuttavia, nel tempo, si sarebbe dimostrata velleitaria. Così poi, molto acutamente, Luzi commentava la questione: «Ciò a cui stiamo assistendo non è la crisi, bensì la crisi della crisi e cioè la nevrosi. Non temessi di riuscire paradossale e brillante, direi infatti che è proprio la crisi che è in crisi; evade cioè dalla sfera che le è propria, dalla morale, dalla coscienza critica, abdica, demanda frettolosamente alla bruta fenomenologia del reale ogni potere, le lascia ogni facoltà di imposizione. Tutti i sintomi della nevrosi si possono riassumere, mi pare, in una grave perdita di concretezza: i gesti che suggerisce peccano di astrazione, mancano di mordente e di presa proprio mentre traducono l’ansia di afferrare risolutamente e definitivamente, senza più gerarchia perché senza più centro, i termini del problema. Spara a bruciapelo su ogni parvenza o ombra, temendo gli scappi la preda». 



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COMMENTI
29/04/2012 - Il mondo "totale" di Mario Luzi (Salvatore Ragonesi)

Fabrizio Sinisi compie un'operazione storica assai opportuna ed interessante di rievocazione di un contrasto ideologico, stilistico e letterario degli anni Cinquanta tra due grandi esponenti della cultura nazionale sulle pagine del glorioso quindicinale vallecchiano "La Chimera". Mario Luzi e Pier Paolo Pasolini intendevano rappresentare, rispettivamente, il pensiero cattolico e quello marxista e si cimentavano con tremende difficoltà nella difesa delle loro posizioni estetiche. L'argomento proposto da Pasolini in difesa del marxismo era la sua capacità di produrre nuova cultura: "Oggi una nuova cultura esiste, in potenza, nel pensiero marxista". E Luzi, secondo il suo agguerrito interlocutore, sarebbe stato "un poco troppo sbrigativo" nel liquidare il pensiero marxista, ponendo invece il principio ed il fine della creatività nel solo realismo cristiano. Si richiedeva tanto coraggio a quel tempo (1954) per contrastare Pasolini e dire che il marxismo non interpretava tutta la realtà o che "il furore antiermetico" non aveva una valida giustificazione, giacché la poesia nasce dove c'è "imperiosa forza di determinazione" del conoscere e del connettere le cose, i linguaggi ed i sentimenti. Nel dibattito sul realismo, Luzi dimostrava maggiore profondità e più validi strumenti filosofici, e una più larga ed acuta prospettiva estetica che non si accontenti di descrivere il mondo "per fragmenta".