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LETTURE/ Luzi, Pasolini e il marxismo

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Mario Luzi (1914-2005) (InfoPhoto)  Mario Luzi (1914-2005) (InfoPhoto)

Accorata è la risposta di Betocchi, datata al 14 di novembre, ed esprime tutta la natura drammatica, e non meramente ideologica, della questione. Scrive Betocchi: «Non sarà mai possibile che una cultura interpreti il mondo, nemmeno quella cattolica, quando si limita ad essere una cultura. [...] Comunisti e borghesi sono la stessissima cosa, (…) mentre la verità è un mistero». Ed è interessante come Betocchi torni a porre il problema centrale non in una creatività culturale, ma in una radicale, nonché umile, premessa umana, nell’annuncio di un accaduto: «Cristo solo interpreta il mondo, ossia vive la sua vita integralmente risolutiva del dramma del bene e del male. […] Io non ho cultura, Pasolini mio, io sono un uomo. Tutti i concetti sono cultura, ma con Cristo non esistono concetti. Esiste soltanto il Vangelo, e vivere. La cultura si iscrive nella vita cristiana come una sorella, non come una moglie».

La vicenda, placatasi sul momento, trova un suo proseguimento estremamente amichevole l’anno successivo, quando la rivista diretta da Pasolini, Officina, pubblica tre poesie inedite di Mario Luzi: Richiesta d’asilo a un pellegrino a Viterbo, Nell’imminenza dei quarant’anni e la famosa Las animas. Proprio quest’ultima, che ha come tema la morte e l’interrogazione del significato di questa, colpì profondamente Pasolini, che scrisse a Luzi questa lettera, datata al 22 novembre 1955: «Caro Luzi, / grazie per le tue bellissime poesie: e per quello che, polemicamente, c’è sotto, il tuo traboccante e trattenuto “Memento”: ma non credere che noi apparteniamo alla categoria che dimentichi. [...] Ma – sia pure perché carichi dal sentimento della morte, spinti da esso – è meglio pensare alla storia che all’assoluto, ci sembra. Solo nella storia l’amore ha i suoi oggetti: fuori – trepido a dirtelo – non riesco a concepire oggetti, o Oggetto, ma solo la prospettiva di un enorme narcisismo, un soggetto adorante, un mito. Mah... ne riparleremo quando protagonisti de Las animas saremo noi».

Pasolini, da uomo vivo, non era dunque di quella «categoria che dimentica». E proprio nella sua “non-dimenticanza”, nel suo ostinato e pervicace domandare e nella sua altrettanto ostinata resistenza, lancia una provocazione che non può non costituire un’urgenza ineludibile per qualsiasi tentativo culturale: ovvero un principio di conoscenza e di metodo che sia anche e soprattutto fattore presente nella storia, immedesimato nella vicenda degli uomini, radicato nel tessuto dei giorni al punto da potersi imporre, e vivere, e crescere, come reale soggetto d’amore.      

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COMMENTI
29/04/2012 - Il mondo "totale" di Mario Luzi (Salvatore Ragonesi)

Fabrizio Sinisi compie un'operazione storica assai opportuna ed interessante di rievocazione di un contrasto ideologico, stilistico e letterario degli anni Cinquanta tra due grandi esponenti della cultura nazionale sulle pagine del glorioso quindicinale vallecchiano "La Chimera". Mario Luzi e Pier Paolo Pasolini intendevano rappresentare, rispettivamente, il pensiero cattolico e quello marxista e si cimentavano con tremende difficoltà nella difesa delle loro posizioni estetiche. L'argomento proposto da Pasolini in difesa del marxismo era la sua capacità di produrre nuova cultura: "Oggi una nuova cultura esiste, in potenza, nel pensiero marxista". E Luzi, secondo il suo agguerrito interlocutore, sarebbe stato "un poco troppo sbrigativo" nel liquidare il pensiero marxista, ponendo invece il principio ed il fine della creatività nel solo realismo cristiano. Si richiedeva tanto coraggio a quel tempo (1954) per contrastare Pasolini e dire che il marxismo non interpretava tutta la realtà o che "il furore antiermetico" non aveva una valida giustificazione, giacché la poesia nasce dove c'è "imperiosa forza di determinazione" del conoscere e del connettere le cose, i linguaggi ed i sentimenti. Nel dibattito sul realismo, Luzi dimostrava maggiore profondità e più validi strumenti filosofici, e una più larga ed acuta prospettiva estetica che non si accontenti di descrivere il mondo "per fragmenta".