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LETTURE/ Perché Petrarca e Leopardi non hanno trovato la "primavera" che cerchiamo?

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È così, siamo polvere e ombra. Eppure, nella poesia Sopra il ritratto di una bella donna, Leopardi appare travolto dallo scarto tra la «scorsa beltà» e l’attuale «polve e scheletro»: com’è possibile che «quel dolce sguardo», «quel labbro», «quel collo», «quell’amorosa mano» e «il seno» siano diventati «fango / ed ossa»? «Misterio eterno / dell’esser nostro»: ci troviamo in bilico fra la «sicura spene» del «paradiso», di cui la «beltà» femminile è «segno», e il «nulla» in cui «riduce il fato» ogni «angelico aspetto». La ragione di questo paradosso sta nella nostra natura: «Natura umana, or come, / se frale in tutto e vile, / se polve ed ombra sei, tant’alto senti?». Come mai siamo polvere e ombra ma ci «sovvien l’eterno»? Come mai neppure la morte riesce a strapparci questo bisogno di infinito? «Chiuso fra cose mortali / (anche il cielo stellato finirà) / perché bramo Dio?» si chiedeva Ungaretti in una notte di trincea: è strano che proprio la provvisorietà del reale susciti in noi il desiderio del per sempre.

Infatti è proprio Orazio, nell’ultima ode del terzo libro, a scrivere di aver realizzato un’opera più duratura del bronzo e più alta delle piramidi, che niente potrà distruggere: né la pioggia che tutto corrode né il vento impetuoso né la serie interminabile degli anni né la fuga delle stagioni. «Non omnis moriar», grida il poeta: non morirò del tutto. Quanto desiderio di rimanere, quanta speranza – inutilmente repressa – di immortalità, di lasciare da qualche parte un segno: nel tempo o nello spazio, dove il protagonista della Luna e i falò di Pavese cercava di «mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione». E quanto realismo, al tempo stesso, in quell’«omnis» oraziano, che ci testimonia la sua vigile coscienza di un’immortalità comunque incompiuta: «multaque pars mei» si salverà, non tutto («la vostra nominanza è color d’erba, / che viene e va»: Dante lo sapeva benissimo).

Cosa può rispondere totalmente a questa segreta speranza di immortalità? Siamo «come le foglie che genera la primavera»: «come loro, per un attimo godiamo i fiori della giovinezza, senza sapere dagli dèi il bene e il male». La dolente similitudine con cui il poeta greco Mimnermo scopre questa fragilità strutturale risuona in noi malinconicamente vera: ma ci basta essere condannati a nascere e dileguarci? La tristezza che avvertiamo non sarà forse segno di un’inestirpabile esigenza di rimanere? Ma cosa potrà mai far durare la primavera e far sì che «per me» sia primavera?

Forse abbiamo bisogno che diventi nostra la geniale intuizione del Canto notturno leopardiano, quando il poeta – che non sa dimenticare lo «scolorar del sembiante» e il «venir meno / ad ogni usata, amante compagnia» – si dichiara «certo» che almeno la luna sa «a qual suo dolce amore / rida la primavera, / a chi giovi l’ardore, e che procacci / il verno co’ suoi ghiacci». La primavera non può essere spiegata semplicemente come un banale turno nel ciclo delle stagioni: non è così scontato che il cielo si faccia terso, i fiori sboccino, il sole splenda. La primavera è una che è innamorata di qualcun altro, è un «ignoto amante» che si inventa tutto questo teatro di bellezza per corteggiarlo, per sorridergli.



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