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IDEE/ Che cos’hanno in comune i "gaudenti" e i salutisti?

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Ma c’è di più, proprio perché mortale e quindi inevitabilmente carente, ha bisogno di un tipo particolare di dono, quello del perdono per le miserie (i limiti) che continua a portarsi dentro.

Rileggendo la frase di Sartre “l’inferno sono gli altri” (espressa ad epilogo della pièce Intimità a porte chiuse) si può dire che, per questo maestro dell’esistenzialismo, l’inferno sono gli altri quando ci riportano a ciò che siamo, svelando fino in fondo i nostri limiti, privandoci della maschera con la quale ci nascondiamo agli altri e, soprattutto, a noi stessi.

Ma l’intera analisi di Sartre si regge solo ammettendo, accanto alla coscienza realistica di ciò che noi realmente siamo e gli altri svelano, l’idea (o la convinzione triste) che Dio, semplicemente e drammaticamente, non esista, non ci sia.

È solo a condizione che Dio non esista che i nostri limiti ci appaiono insopportabili e gli altri che ce li svelano, costituiscano un vero e proprio inferno. Per un essere che si è prefisso la realizzazione piena del proprio sé, ogni limite gli appare insopportabile, ogni cedimento intollerabile, ogni fallimento insostenibile: chiunque ce lo ricordi ci rende la vita impossibile, infernale.

L’inferno è lo scandalo dei nostri limiti svelati, agli altri come a noi stessi. Limiti che ci appaiono tanto più insopportabili quanto più ci manca tanto la presa d’atto realistica della nostra natura imperfetta, quanto la certezza di essere amati con tutte le nostre imperfezioni da un altro.

L’inferno è quindi la vita smascherata nei propri limiti umani senza la speranza di essere amati così come siamo. E poiché il perdono è il miracolo dell’amore, e questo non ha tracce nel tessuto biologico e psichico dell’uomo, ma rinvia ad un Altro che ce lo pone nel cuore, l’inferno è la vita senza la possibilità, né la speranza dello sguardo e dell’accoglienza di quest’Altro, senza il dono del suo perdono.

È questa cecità nel vedere l’Altro, un Altro che consapevolmente ci accoglie con tutti i nostri limiti, e che ci ama, a costituire l’unico ed autentico Inferno.

La  cifra esatta della vita non risiede allora tanto nel superamento delle proprie imperfezioni (una ginnastica quotidiana nella quale è bene impegnarci ogni giorno, ma dalla quale usciamo sempre perdenti) né nel liberarci dalle convenzioni, quanto nel riuscire a riconoscere l’amore del quale siamo oggetto e, proprio in grazia di questo, riprendere vita.

Si tratta di una missione irrealistica se non si riconosce la grazia di qualcuno che ci ha amati per primo, senza condizioni. E ci è accanto.

 



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