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PASQUA/ Può la nostra intelligenza inchinarsi alla resurrezione?

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Andrea Mantegna, Cristo morto (1475-78; particolare. Immagine d'archivio)  Andrea Mantegna, Cristo morto (1475-78; particolare. Immagine d'archivio)

È questo il più grande titolo teologico che un uomo possa raggiungere nel suo “cursus honorum”, neppure la carica di papa è superiore, anche se la dignità di “episcopus episcoporum”, col diritto supremo di potestà “di sciogliere e di legare”, suppone un grado di alta perfezione nel cammino verso la santità nel confermare nella fede i fratelli incerti.

La perfezione diventa un impegno morale di tutti quelli che si trovano nella situazione di redenti, lavati dal sangue del petto “squarciato” di Cristo immolato sulla Croce. Sicché il peccato e la morte non sono più ostilità metafisiche insormontabili, ma rientrano in un disegno di sapienza e di amore che Dio Padre ha predisposto a salvamento di tutta l’umanità. “O Felix culpa”, esclamerà sant’Agostino, che ha sollecitato un intervento divino così provvidenziale e originale per l’uomo. All’uomo moderno è richiesta l’adesione libera e cosciente di conversione, di traghettare il passaggio da una vita pagana a una vita cristiana. Cambia radicalmente la visone della vita tra un credente e uno non credente. Non è più l’uomo illuministico che pensa di salvarsi da sé, ma l’uomo che collabora con Dio per pervenire a una salvezza totale di corpo e di spirito. Il cristianesimo sotto questo profilo è “un umanesimo integrale”, come ben ha intuito Maritain.

La Pasqua domanda anche l’inchino della nostra intelligenza in sintonia con l’epopea redentiva nell’accettare Cristo, morto e Risorto. La carità suprema di un Dio trascendente, vertice di perfezione oblativa, icona di ogni immortalità nell’abbraccio di Dio. “Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede”, grida san Paolo nel volger del Terzo Millennio dei secoli eterni. Saremo capaci di considerare Dio “nostro contemporaneo” e nostro compagno di viaggio?

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