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IL RACCONTO/ Quella volta che alla cassa mi hanno detto: "Ha pagato il Signore"

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Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-02 (immagine d'archivio)  Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-02 (immagine d'archivio)

Il Padre Eterno e io la pensiamo in modo diverso su gran parte delle questioni importanti della vita: su chi debba governare in Corea del Nord, chi debba avere un cancro o chi debba vincere al Superenalotto. Non siamo d’accordo nemmeno su chi meriti il passaggio del turno di Champions League. È così da sempre, da quando mi ricordo, al punto che mi viene il sospetto che uno di noi due lo faccia apposta per far irritare l’Altro.

Una delle discussioni più accese nelle quali ci ficchiamo, la sera al pub, è quella riguardo la "regola del mangiarsi". "Ma ti sembra normale" dico io "porre come regola che ogni essere vivente, per conservare la propria vita, debba sistematicamente mangiare quella di qualche altro essere vivente? Ma nemmeno un sadico, bacato nel cervello come Saw l’enigmista, arriverebbe a tanto!”.

In genere, di fronte a questi miei attacchi veementi e contro natura, Lui non sa cosa rispondere; si arrampica sui vetri e farfuglia scuse puerili, del tipo che Lui non l’aveva pensata così, che ci si è messo di mezzo un altro tizio, che in fondo è solo colpa nostra e altri spropositi del genere.
Tutti discorsi che hanno il potere di farmi infuriare ancora di più: non Lo sopporto proprio quando gioca a scaricabarile! In questi casi mi vien voglia di piantare a mezzo la birra, andarmene via e lasciarLo da solo con le ultime olive all’ascolana.

Il punto è che, arrivato alla cassa, mi sento dire ogni volta: “Ha già pagato il Signore.”

Succede, allora, sempre la stessa cosa. Sbollisco, mi sento un cretino, provo il ridicolo delle mie parole e torno a sedermi. Io borbotto un “grazie” vergognoso, Lui ordina altre due birre e insieme finiamo le olive aspettando il mattino.

 

(Fanco Molon)

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