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INEDITO/ Alice Meynell e la "notte" che ha cambiato la storia

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Caravaggio, Resurrezione di Lazzaro, 1609 (immagine d'archivio)  Caravaggio, Resurrezione di Lazzaro, 1609 (immagine d'archivio)

Alice Meynell fu ricevuta nella Chiesa cattolica nel 1868 poco più che ventenne e il suo impegno culturale, sociale, politico, letterario – quest’ultimo tanto apprezzato da farla annoverare tra i candidati al titolo britannico di Poeta Laureato – interpretò l’impronta di quella conversione in modo inconfondibile: com’ebbe a scriverne con la consueta sagacia Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), Meynell “differiva dalla maggioranza degli artisti più avanzati del suo tempo nel seguente dettaglio: rispetto a loro, era rivolta in senso contrario e avanzava nella direzione opposta”.

Forse proprio per questo, il suo intento di impregnare di cristiana e consolatoria responsabilità il “male necessario” di una guerra innescata per difendere il Belgio dall’aggressione tedesca, sceglie la scena esigente e profetica della Notte di Pasqua: una scena, questa, in cui l’esperienza penitente della Quaresima si sublima nell’avvento glorioso del Tempo Pasquale, a sua volta proteso verso il (manzonianamente) “rinnovator” e “placabile Spirto” di Pentecoste – quello che “brilla nel guardo errante / di chi sperando muor” nella vita quotidiana ferita dei nostri giorni difficili e, più ancora, sugli insanguinati campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale.

Senza dubbio per questo, in Easter Night, la “notte” ha più volti. Ha, in primo luogo, quello dell’ambiente naturale dei “figli delle tenebre”, in cui risuonano “urlo di uomini” (v. 1) e “pianto di donne dolenti” (vv. 1-2): quasi danteschi ignavi che subiscono l’esperienza inconcludente di shout e cry promossi a sostantivi uncountable per indicare una paralisi antropologica, una frenesia che imprigiona nella rete del peccato.

Ha, inoltre, il volto paradossale di un “meriggio di tenebroso cielo” (v. 3): notte – quest’altra –  davvero apparentemente assurda, che, se trasforma il momento più luminoso del giorno in una sua ansiogena caricatura, in realtà, annuncia anche il Mistero straordinario che sta per manifestarsi e che travolgerà l’abitudinaria intelligenza dell’Uomo, frantumandone le consuetudini interpretative.

Ha, infine, il volto del “cuore della notte” (v. 9): traduzione – ahimè – legittima ma povera, questa, di un originale dead of night in cui il momento più profondo della notte – quello caratterizzato dai tratti più avversi alla vita umana, quasi “mortali” (maggiore imperturbabilità motoria e sonora, più impenetrabile oscurità, più estremo gelo, ecc.) – riesce a ospitare il Dono unico ed irripetibile della Resurrezione di Gesù Cristo, Via, Verità e Vita oltre ogni Getsemani della misera storia degli uomini.

Solo “dietro la pietra” (v. 12) del Sepolcro, cioè nell’“oscurità forzata” e nel “segreto” (v. 10), tutti i Getsemani presenti o implicati nel testo di Alice Meynell e – una volta ancora – rappresentati dall’universalità della veste uncountable e dall’indeterminatezza che deriva dall’assenza dell’articolo (nel testo originale e qui poveramente riprodotta), trovano senso e speranza di soluzione: siano essi quelli – anche graficamente – minuscoli della contingenza umana (“urlo” e “pianto”, v. 1; “fragore” e “ludibrio”, v. 4; “solitudine”, v. 5; “silenzio”, v. 6) o quelli maiuscoli e inimitabili del Vero Dio e Vero Uomo (“Morte”, “Potere”, “Forza”, v. 7; “Vita” e “Vittoria”, v. 8).



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