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INEDITO/ Alice Meynell e la "notte" che ha cambiato la storia

Caravaggio, Resurrezione di Lazzaro, 1609 (immagine d'archivio) Caravaggio, Resurrezione di Lazzaro, 1609 (immagine d'archivio)

Solo dietro quella inanimata “pietra”, nella cornice di quella profondissima “notte”, di quella “oscurità forzata” e di quel “segreto”, l’indeterminatezza degli infiniti Getsemani dell’esistenza umana – di cui le guerre d’ogni sorta costituiscono il simbolo più sanguinante – trova salvifica determinazione e indubitabile salvezza nella totale, infinita (“completamente solo, solo, solo”, v. 11) ma vivificante Solitudine del Redentore.

Non a caso e con inflessioni metaforiche che riecheggiano quanto risuona in Easter Night, è proprio questa la certezza sulla quale Alice Meynell fonda la sua definizione della natura poetic (dunque, etimologicamente capace di fare, creare, trasformare et al. la realtà) dell’intellect, cioè – come recita l’autorevole Oxford English Dictionary – di quella “facoltà o somma di facoltà della mente o dell’anima grazie alla quale una persona conosce e ragiona”. Scrive, infatti, Meynell in una pagina del 1896 sulla poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning (1806-1861): “l’intelletto è poetico, ma lo è l’intelletto convinto, l’intelletto nel mattino di una notte appartata, e nel placarsi di una tempesta ormai lontana. Le onde possono essere alte, ma i venti dovrebbero essere in pace”.   

 

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