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IDEE/ Davvero i neuroni possono spiegare tutto?

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-01, particolare; immagine d'archivio)  Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1600-01, particolare; immagine d'archivio)

Un pericolo in cui oggi la cultura diffusa, forse anche quella di ispirazione religiosa, rischia di incorrere, è un eccesso di un curioso atteggiamento, che non si saprebbe definire meglio che come deferenza o reverenza, nei confronti della scienza. Non si fraintenda: il rispetto della scienza è opportuno, anzi auspicabile; ma la reverenza inappropriata che caratterizza, in maniera un po’ schizofrenica rispetto a ostilità che pure sono frequenti, l’atteggiamento dominante rispetto ad essa, può fare danni gravissimi.

Non è solo che per definizione la reverenza, almeno da parte di chi si vuole interno alla tradizione religiosa, andrebbe riservata ad altri oggetti; e soprattutto che tendenzialmente rivela un atteggiamento fideistico lontanissimo dai criteri di libero esame e ragione critica che vengono ufficialmente proclamati. Il problema è che molto spesso la scienza in questione non è altro che scientismo. Un’ideologia onnicomprensiva ed onniesplicativa che solo gli ingenui potrebbero credere tramontata col XIX secolo positivista: anzi, nella crisi di altri riferimenti ideologici potenti rischia di insediarsi come unica visione del mondo superstite. Ora, lo scientismo, come tale, non è affatto disponibile a dialogare seriamente con altre visioni del mondo, e trae dal complesso di inferiorità altrui nuove ragioni di superbia.

Il discorso è tutt’altro che astratto o generico. Ad esempio, chiunque anche solo sfogli le pagine culturali dei giornali non può non restare colpito dalla neuromania (così definita qualche tempo fa da Piattelli Palmarini in un bell’articolo nel Corriere della Sera, sulla scorta dell’istruttivo libro omonimo di Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà) contemporanea. Neuroetica, neuroestetica, neuroteologia, neurodiritto... l’elenco è incompleto e senza dubbio sono alle porte nuove fantasiose combinazioni. Solo la parallela e analoga moda delle spiegazioni evolutive può essere paragonabile: abbiamo infatti anche un’etica evoluzionistica, una teologia evoluzionistica, etc. Siamo travolti da una massa sconsiderata di convegni, pubblicazioni, articoli di giornale la cui problematizzazione è inversamente proporzionale al tono messianico.

Il punto non è tanto la batteria di assunti discutibili, generalmente ignari delle critiche interne alla tradizione scientifica stessa che è possibile muovere nei confronti di tali tesi. A mio avviso si tratta soprattutto del rischio di una facile scappatoia che taglia fuori tutta la fatica di un’autentica etica, estetica, etc.: della riflessione antropologica in generale.

Un esempio. Definire la moralità in termini di ossitocina, come ha fatto Sandro Modeo in un recentissimo contributo (è difficile stare dietro questi interventi, che si succedono con una frequenza degna di miglior causa) nell’inserto Lettura, sempre nel Corriere della Sera, sulla falsariga dell’ennesimo libro di Patricia Churchland sul tema, è operazione di ingenuità teorica sconcertante. Il problema propriamente umano non è la generica affettività data dall’ossitocina, che è ovviamente caratteristica anche degli animali superiori come può verificare chiunque osservi un gruppo di scimmie o il proprio cane; ma come estendere comportamenti del genere rispetto agli estranei o addirittura (inaudita pretesa cristiana) ai nemici. 



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