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TERRA SANTA/ Così la Basilica della Natività ha unito i cristiani

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Dentro la Basilica della Natività (InfoPhoto)  Dentro la Basilica della Natività (InfoPhoto)

Fuori, le trattative per una soluzione procedono lente, e così anche i molti tentativi di mediazione. Su Betlemme è fisso lo sguardo di Giovanni Paolo II, che in molte occasioni, in quel mese di aprile, invita alla preghiera per la città della nascita di Gesù, chiedendo di “far tacere le armi e far sentire la voce della ragione”. Nel “Regina Caeli” del 21 aprile il papa parla della Natività, “teatro di scontri, di ricatti e di insopportabili scambi di accuse. Quel luogo, e tutti i luoghi santi, siano prontamente restituiti alla preghiera e ai pellegrini, a Dio e all’uomo!”

Dopo trentanove giorni, la bella notizia dell’accordo. È il 10 maggio 2002. La Basilica si svuota, con la condizione che i tredici rifugiati considerati più pericolosi da Israele vengano esiliati. Altri 26 saranno trasferiti nella Striscia di Gaza. Per i francescani, che pure sostengono di non essersi mai sentiti presi in ostaggio, è in qualche modo un inizio. “Ho ringraziato il Signore, quel giorno, per averci donato la possibilità di ricominciare un nuovo cammino”. A dieci anni da quel 10 maggio questo è il ricordo di padre Amjad.

Un nuovo cammino che non devia dalle orme tracciate in secoli di presenza in Terra Santa e calcate anche nei giorni difficili dell’assedio, rimanendo custodi di quel luogo ma custodi soprattutto di una proposta di concreta testimonianza verso l’umanità che abita questa terra, così come verso gli uomini che dieci anni fa occupavano la Basilica.

A dieci anni dall’assedio, la testimonianza incarnata dai seguaci di Francesco d’Assisi non cessa di essere essenziale per Betlemme, che oggi è circondata dal muro con cui Israele ha diviso i propri territori della Palestina. Barriera fisica e psicologica che ha cambiato radicalmente la vita degli abitanti della città: per raggiungere Gerusalemme, lontana solo pochissimi chilometri, occorre attraversare i check point e la possibilità è aperta solo a chi è in possesso di un permesso rilasciato dall’autorità israeliana. La disoccupazione è cresciuta, e così la povertà. Chi ne ha avuto la possibilità ha scelto di emigrare. Eppure la sfida è proprio quella di restare, soprattutto per i cristiani ormai ridotti a piccola minoranza.

Una sfida anche per la Custodia francescana, che vive la missione di custodire non solo le pietre che portano la memoria degli avvenimenti cristiani, ma anche le “pietre vive” che abitano questa terra e a cui i frati si dedicano con le tante opere sociali ma soprattutto con l’inesausta, costante, gratuita presenza.



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