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LETTURE/ Dove va la notizia nell’era di internet?

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Si giustifica allora la garbata apologia che Di Fazio e Vecchio tessono del giornalista professionista, di cui oggi ci sarebbe bisogno ancor più di prima. Nessuna scomunica, beninteso, dei personal media, anzi mano tesa al giornalismo dei cittadini, che appare una sollecitazione stimolante e può divenire – perché no? – una forma complementare e integrata di informazione, come già si verifica presso quei giornali online che hanno aperto i rispettivi siti agli operatori amatoriali, e ospitano volentieri le loro notizie e i loro video. Solo che un flusso abnorme e incontrollato di dati tende a rovesciarsi paradossalmente in un vuoto di informazione reale, per stare alla motivata diagnosi del sociologo Giuseppe De Rita. Tanto più necessaria la figura del giornalista doc, in grado di selezionare, valutare, raccontare in maniera incisiva. «Non basta essere spettatori di un evento», avvertono Di Fazio e Vecchio, «per capirne la portata e comunicarlo adeguatamente. Occorre anche saper leggere dentro i fatti, coglierne gli aspetti preminenti, andare al cuore della notizia». Questione di competenza? Non c’è dubbio, ma una competenza simile è irraggiungibile senza un forte investimento di umanità: l’abile artigianato che confeziona servizi appetibili risulta insufficiente e a lungo andare non paga. Fare giornalismo, e i due autori lo sottolineano a più riprese, significa cercare il significato dei fatti: ciò che qualifica il professionista è la passione per la verità, quella che giace al fondo e vuol essere snidata. Il reportage di un infortunio o la diretta di una catastrofe rischiano di non lasciare traccia, o peggio di incitare una curiosità morbosa, se non introducono al senso di quel dolore.

Un episodio che Di Fazio e Vecchio amano rievocare, e che ha per protagonista un mostro sacro del giornalismo, mostra il coefficiente di moralità necessario per proporre un commento non banale. Il panorama sociale e politico è spesso oscuro a causa di pregiudizi istintivi o alimentati ad arte, e contrastare i luoghi comuni, gettare al potere (o al contropotere) il guanto di sfida comporta qualche rischio. Ne sapeva qualcosa Indro Montanelli, quando scriveva, nel 1977, al collega Gino Corigliano che «dire delle cose di semplice buon senso» era divenuto ormai «un atto eroico». Un mese dopo, Montanelli doveva subire un attentato da parte delle Brigate Rosse. Drammatica conferma di un’intuizione, tra umoristica e amara, di G.K. Chesterton: un profeta viene lapidato «per aver detto che l’erba è verde e che gli uccelli cantano in primavera».

Come ogni libro o pamphlet che si rispetti, Dove sta la notizia conduce a una soglia da cui si intravedono problemi ulteriori. Le procedure di cernita, evidenziazione e racconto, in cui consisterebbe in primo luogo il proprium del giornalismo non amatoriale, implicano un accentuato intervento dell’operatore. 



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