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LETTURE/ Dove va la notizia nell’era di internet?

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Incalzata da Internet, sempre più esposta alla sfida dei blog personali e del citizen journalism, la stampa tradizionale, già in sofferenza per la pervasività del giornalismo televisivo, torna a interrogarsi sul proprio futuro. L’era digitale segna la fine delle testate cartacee, i social network hanno destituito cronisti e redattori di professione? La crisi dei quotidiani è palpabile, anche i periodici registrano un profondo rosso e il calo generalizzato delle vendite provoca drastici piani di ristrutturazione, dolorosi tagli al personale. Inevitabile fermarsi a riflettere; non sono, infatti, mancati autorevoli responsi di esperti del settore. Un contributo al dibattito viene adesso dal volume di Giuseppe Di Fazio e Orazio Vecchio, Dove sta la notizia. Giornali e giornalisti nell’era di Internet, pubblicato dal Centro Studi Cammarata e dalle Edizioni Lussografica. Entrambi giornalisti professionisti, gli autori non si nascondono le attuali difficoltà, ricorrono anzi per monitorarle proprio ai ferri del mestiere, con l’esito di un libro-inchiesta sempre in presa diretta e al tempo stesso non estemporaneo e corrivo.

L’avvento delle tecnologie digitali, grazie a cui chiunque, con l’armatura leggera di uno smartphone dotato di telecamera e connessione alla rete, è in grado di fissare l’evento e metterlo in circolazione, magari insieme a proprie considerazioni, è registrato da Di Fazio e Vecchio senza fastidiosi allarmismi ammantati di saccenteria. Chi addita la rete come il nemico retrocede, senza rendersene conto, nel conservatorismo ed emette oltretutto un verdetto moralistico. Come quello che, con fiero cipiglio, screditava tout court la televisione, madre esecrabile di mali individuali e sociali. I capi d’accusa, del resto, si somigliano: incentivazione alla fuga dalla realtà, ottundimento della capacità relazionale, contagio di una disposizione superficiale e frettolosa. Che la generazione televisiva e digitale tradisca non di rado patologie del genere è sotto gli occhi di tutti, ma questi effetti indesiderati non sono inevitabili e non vanno enfatizzati come uno spauracchio, sfruttati ai fini di un veto.

Di Fazio e Vecchio si mostrano peraltro critici verso l’opposta esaltazione dei new media come immancabili promotori della democrazia globale, in grado di consentire a ciascuno un protagonismo nell’ambito dell’informazione e perfino di emancipare le masse dallo stato di minorità, a dispetto degli arcigni tutori dell’ordine costituito. Se Internet ha giocato un suo ruolo nella primavera araba, contribuendo alle vittoriose mobilitazioni contro dittatori in apparenza inamovibili, non ha prodotto a tutt’oggi alcuna leadership di governo, e necessita efficaci correttivi contro certe sue tossine, ad esempio quelle che instillano atteggiamenti gregari, incompatibili col giudizio indipendente e l’autentica crescita democratica. In definitiva, ciò che è strumentale non merita di per sé il marchio d’infamia né la medaglia al valor civile, lo strumento riesce buono o cattivo secondo l’uso che se ne fa, e l’uso dipende dal soggetto, si tratti di internauta o di inviato speciale.



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