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LETTURE/ Dawson, Ratzinger e il "mito" della società cristiana

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Benedetto XVI (InfoPhoto)  Benedetto XVI (InfoPhoto)

Al di là della possibilità di stabilire quanto di “puro” cristianesimo si è realizzato nella vicenda storica dell’Occidente europeo, agli inizi del suo cammino, l’aspetto decisivo che risulta oggi necessario recuperare è il coraggio di misurarsi in modo obiettivo, e non ideologicamente precostituito, sulla vecchia dicotomia che contrappone il Medioevo cristiano e il mondo moderno come due mondi completamente separati. Il dualismo che esalta, da una parte, la ricchezza di una fede dispiegata così diffusamente nel mondo al punto da inglobarlo, in contrasto con la povertà del laicismo che l’ha respinta ai margini nelle derive degli ultimi secoli, potrebbe essere riformulato passando a una lettura dinamica dell’incarnazione della coscienza cristiana interpretata come missione nel mondo incessantemente da riprendere e da rilanciare, mai esaurita in una sorta di Paradiso anticipato in terra né mai totalmente contraddetta fino al punto di scomparire dall’orizzonte e di essere liquefatta riducendosi al grado zero. Questa logica della missione protesa verso la trasformazione, sempre imperfetta e parziale, dell’uomo e della società che egli costruisce intorno a sé si ricollega al secondo risvolto su cui invita a riflettere il discorso abbozzato da Dawson in merito alla vocazione storica dell’Europa moderna, alla sua unità interna e alla tutela del suo bene comune.

La ricetta di Dawson si inscrive nella proposta di ricostruire dal basso una nuova “società cristiana”. Si tratta, per lui, di rifare dell’Europa una nuova “cristianità” omogenea e coerente, per altro pienamente innestata, con i suoi valori e la sua identità specifica, nella politica, nell’economia e nella visione del mondo dell’età moderna, ancorata al rilancio della dimensione “spirituale” come pilastro per erigere un ordine più stabile, più giusto, più pacifico e fraterno.

C’era un nobile lato utopico, oltre che un’ambiziosa carica di progettualità, in questo genere di approcci che per tutta la prima metà del Novecento (e poi ancora oltre) ebbero largo seguito in gran parte dell’intellettualità di matrice cristiana (e in modo particolare cattolica), da un estremo all’altro del continente. Ma oggi il modello di una nuova cristianità “spiritualizzata” resta pienamente attuale? È la strada della riconquista dell’egemonia quella che la fede deve imboccare per offrire la sua risposta all’ansia di verità e di salvezza del mondo? Interrogarsi sui problemi che questi interrogativi sollevano porta a ragionare inevitabilmente su cosa sia diventato oggi il mondo secolarizzato ultra- o post-moderno. La desacralizzazione della società moderna è un processo reversibile, oppure essa definisce il contesto obbligato nel quale le fedi e i soggetti religiosi sono ormai chiamati ad agire per portare il fermento della loro forza civilizzatrice? 



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