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STORIA/ La memoria del bene non ha "padroni"

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L'ingresso di Auschwitz (InfoPhoto)  L'ingresso di Auschwitz (InfoPhoto)

«Non basta la memoria delle vittime; occorre fare memoria del bene, soprattutto ricordare coloro che hanno scelto di farlo». Sarà il 6 marzo il giorno in cui l’Europa fa memoria dei Giusti. Il 10 maggio scorso infatti il Parlamento europeo, in seduta plenaria, ha approvato la Dichiarazione che istituisce la giornata europea a loro dedicata. I «Giusti tra le nazioni» sono i non ebrei che, a rischio della propria vita, si sono impegnati per salvare gli ebrei dal genocidio nazista. Non c’è stato solo Oskar Schindler; molti, moltissimi altri come lui, ma meno noti, hanno salvato delle vite. Anche quella di un solo uomo, e questo basta per essere annoverati tra i Giusti.
Gabriele Nissim, giornalista, storico, è presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti, fondazione milanese fondata nel 1999. A coronamento di un lungo e paziente lavoro, Gariwo ha raccolto e superato la soglia delle 378 firme parlamentari necessarie, è la prima Dichiarazione del Parlamento europeo in materia di prevenzione dei genocidi è finalmente arrivata.

Nissim, perché questa vittoria istituzionale è così importante?

Insieme a tanti amici, ho voluto rendere universale il Giusto tra le nazioni. Siamo arrivati a questa risoluzione del Parlamento europeo attraverso un lavoro di anni che ho personalmente costruito sia con i miei libri sia con la fondazione Gariwo: la categoria dei Giusti non può essere limitata solo alla Shoah, deve diventare patrimonio di tutta l’umanità. Deve valere rispetto al genocidio armeno, ai gulag sovietici, ai genocidi perpetrati in Cambogia, in Rwanda, in Bosnia e – purtroppo – in molti altri luoghi.

Dove nasce la sua idea?

È debitrice del lavoro fatto da Moshe Bejsky, presidente della commissione dei giusti di Yad Vashem. Là, per la prima volta nella storia, si è voluto fare memoria del bene, ricordando coloro che si sono assunti la responsabilità di farlo opponendosi al male. Nel concreto, salvando vite umane. Bejsky, di cui sono stato allievo, mi diceva che bisognava considerare i giusti come l’élite dell’umanità. Ho portato alle ultime conseguenze questa sua intuizione, e abbiamo fatto nascere un «giardino dei giusti» in vari luoghi del mondo, là dove sono state commesse persecuzioni e atrocità.

Fare dei Giusti una categoria universale non vuol dire affievolire la memoria storica dell’Olocausto e della tragedia immane ad esso legata per sempre?

No, perché la memoria del bene è purtroppo evanescente: le persone che hanno fatto del bene nei momenti difficili della storia sono troppo facilmente dimenticate. C’è una rimozione di queste figure morali, uomini che a rischio della propria vita hanno difeso, aiutato, salvato le vittime delle atrocità. È invece importante affermare che rispetto alla memoria ogni uomo può fare qualcosa, perché ogni uomo è dotato di libero arbitrio. C’è uno spazio di responsabilità insostituibile per ognuno.

Lei cita molto spesso lo scrittore russo Vasilij Grossman. Perché?



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