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LETTURE/ La Chiesa si rinnova sempre. Chiedetelo alla sua storia...

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Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio (1502; immagine d'archivio)  Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio (1502; immagine d'archivio)

La stessa cosa succede quando facciamo nostri i canti e le parole della pietà religiosa elaborata nel corso di una inesorabile vicenda storica: si tratti delle laudi medievali, dello Stabat mater di Pergolesi, dell’Angelus o di una formula istantanea di preghiera che ricalchi il modello delle classiche “giaculatorie”. Entrare nel relitto scarnificato di una basilica romanica, o contemplare le bellezze fantasiose del barocco di ogni latitudine, dalle terre mediterranee e della galassia ispanica fino alla Baviera e ai territori cattolici del centro-nord dell’Europa, è un altro modo di rivivere la medesima esperienza. Guardare a Michelangelo e a Caravaggio (ma gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito), un’altra variazione commovente dell’unica logica dell’incontro fondato sulla simpatia cordiale.

Possiamo portare il discorso fino alle sue estreme conseguenze. Non è esagerato sottolineare che l’evento principe a cui si lega la realtà del cristianesimo come contemporaneità a cui si appartiene, ma in cui, nello stesso tempo, rifluisce la sostanza viva di un mistero divino dilatato verso i confini totali della storia del mondo, è l’eucaristia. Si sta davanti alla riattualizzazione del sacrificio di Cristo che si offre come cibo per noi. Ma l’azione sacra è compiuta “in memoria” di Chi ha inaugurato il suo dramma al primo annuncio del nuovo patto di alleanza tra Dio e l’uomo. Attraverso questa memoria vivente si crea il vincolo di una identità di cui entriamo a far parte, ultimi arrivati. Si viene innestati nella continuità di una tradizione che è la vita ininterrotta di un unico grande organismo fatto di carne e di sangue, di intelligenza e di cuore. “Memoria” è la chiave fondativa di un senso di appartenenza che si traduce nel tessuto della storia: una storia che è la nostra storia.

Davanti al dono straripante della tradizione che ci genera nel suo grembo materno ci si può aprire riconoscenti nella mossa dell’ammirazione stupita. Oppure si può fingere di poterne fare a meno, rinchiudendosi nel perimetro angusto delle cose dominabili e manipolabili solo da noi supereroi senza radici, ultramoderni esseri liberi da ogni debito verso chi ci ha preceduto. Se non ci lasciamo schiacciare nella sciocca illusione dell’autosufficienza, il primo modo per coltivare il legame di discendenza dalla civiltà di cui siamo figli è quello di cominciare a conoscerla più da vicino.

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