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LETTURE/ Dawson, quando esaltare (troppo) il cristianesimo fa male alla ragione

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Si intravede una precisa consonanza di problemi tra la riflessione accorata di Dawson sul destino dell’Europa moderna e il “dilemma” attuale nel quale siamo chiamati a imboccare una strada per uscire dalle sabbie mobili dell’impasse che ci condiziona. Sarebbe tuttavia sbagliato pretendere di poter replicare alla lettera, fino all’ultima virgola compresa, la lettura storica di Dawson, insieme alla ricetta da lui concepita per dare uno sbocco alla situazione di stallo in cui vedeva ripiombata l’Europa che amava.

Da Dawson, come da tutti i grandi autori del passato, possiamo ricavare spunti di analisi, suggerimenti, sollecitazioni a volte felici. Ma la ripresa delle indicazioni che ci vengono dai grandi maestri esige la lucidità di una verifica che deve essere anche uno sviluppo creativo: restare pigramente impigliati nelle formule di pensiero messe a disposizione da chi ci ha preceduto sarebbe la paralisi di un’autentica passione culturale. Quasi un secolo, difatti, ci separa dal momento in cui Dawson si è formato e ha divulgato i suoi testi. In tutto questo tempo, sono cambiati sensibilmente il nostro punto di vista sulla parabola storica dell’Occidente e così pure il modo di guardare alla realtà che ci sta oggi di fronte. Si sono accumulate esperienze, dati di conoscenza e nuove domande che costringono a correggere il giudizio retrospettivo su ciò che siamo diventati dopo un lungo tragitto di evoluzione della società e della sua cultura. Anche gli schemi interpretativi tracciati dallo studioso con cui ci stiamo confrontando devono tenerne conto. Il loro riuso in chiave attuale mi sembra nasconda risvolti problematici che voglio provare a riassumere riunendoli intorno a due elementi fondamentali.

La prima questione aperta è l’immagine proposta da Dawson a riguardo della civiltà cristiana che ha generato e per lunghissimi tratti accompagnato la maturazione del nostro Occidente moderno (propaggini americane comprese). Inserendosi nelle tendenze della cultura tradizionalista di matrice sette-ottocentesca, anti-illuminista e filo-religiosa, nemica dei miti del progressismo borghese secolarizzato tanto quanto dei messianismi politici rivoluzionari, lo studioso d’Oltremanica ha voluto contribuire in modo brillante, con la sua opera intellettuale, alla difesa dei valori positivi che l’innesto della vita della Chiesa nel mondo europeo aveva trascinato con sé, opponendosi a una cultura laica dominante che invece ne criticava aspramente le debolezze e i limiti storici.

Ne è venuta fuori una “apologia” che, proprio per reagire all’accerchiamento di un mondo moderno orgoglioso di far scaturire le sue “magnifiche sorti e progressive” dalla liquidazione sostanziale del fondamento cristiano del costume etico e dell’identità culturale dell’Europa, era inevitabilmente portata a esasperare la compattezza, la solidità interna e la radicale diversità di una civiltà preesistente ed estranea al decollo della piena modernità. Sarebbe questo “mondo che noi abbiamo perduto” quello lottando contro il quale la modernità avrebbe edificato la sua costruzione alternativa, rovinosamente devastatrice.



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