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LETTURE/ Dawson, quando esaltare (troppo) il cristianesimo fa male alla ragione

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Oggi però abbiamo imparato a riconoscere sempre meglio che il passaggio alla modernità non è stato solo un trauma che ha spazzato via l’intero organismo della civiltà medievale. La sua eredità è rimasta a lungo viva e operante. E senza questo cordone ombelicale rimasto in parte intatto sarebbe impossibile comprendere l’alta cultura, il pensiero politico, l’umanesimo, l’arte, la filosofia, il rinnovamento religioso del Rinascimento e della fecondissima stagione barocca.

La secolarizzazione del potere temporale, il recupero del dualismo tra Chiesa e Stato e la riscoperta della libertà della coscienza sono i frutti estremi, pur con tutta la scivolosità ambigua che contengono in sé, di una fertile dialettica tra sacro e profano che la linea convenzionale di chiusura del Medioevo non ha spezzato. Più ancora, si può cominciare a riflettere pacatamente sulla piena integrità dell’“ordine sociale cristiano” (come lo chiama Dawson in sintonia con tanti altri esponenti della linea culturale da lui fatta propria) edificato in Europa prima della frantumazione religiosa della cristianità occidentale.

 

(1 - continua)



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