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LETTURE/ Perché Milano è la "capitale morale"?

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Milano, Pinacoteca di Brera (InfoPhoto)  Milano, Pinacoteca di Brera (InfoPhoto)

Sin dalle sue origini non mancava di antico fascino la città sorta di mezzo alla pianura alla sinistra del Po, oppidum gallico e municipium romano, che quasi duemila anni fa meritò encomi letterari come luogo di meraviglie e sempre di meraviglia riempì gli occhi di che giungeva d’Oltralpe nel XIX secolo. Cose meravigliose accaddero nelle lunghe età delle dominazioni straniere, allora che Milano ormai ricca di arti e di mestieri, di traffici e di rendite fondiarie, di antiche aristocrazie militari e feudali ormai compenetrate con le nuove oligarchie emergenti, fece valere, realisticamente e con senso pratico, i propri ambiti di sovranità. Prova vincente della capacità di farsi accettare e di accettare radicata nelle autonomie dei corpi intermedi, nei meccanismi di formazione del consenso garantiti dal basso, nel complesso gioco di contrappesi tra l’obbedienza dovuta al dominante straniero e le aspettative di coloro che erano dominati. 

Alla ricerca di questo arduo equilibrio, più di ogni altra terra della penisola, Milano mise a punto la pratica di negoziazioni su tutti i tavoli al fine di reggere le interdipendenze tra le inevitabili sudditanze e le esigenze di una buona salute civile atta a salvaguardare le ricchezze materiali e a non passare la soglia oltre la quale le ingiustizie ridistributive bloccano le dinamiche sociali e, nel consolidare gli status della miseria, alimentano conflitti distruttivi per la convivenza. I processi regolativi, nelle età antiche come oggi, non sono mai lineari, non sono terre di idillio formale. Richiamano pratiche di negoziazione e conciliazioni faticose, riposizionamenti discussi e ridiscussi con pazienza e temperanza. Virtù civili di una potenziale capitale morale ante litteram, vigile nel rimuovere le inerzie che potevano contrastare l’evolvere dei tempi, nell’evitare le parabole del possibile declino facendosi forte dell’incontro tra i poteri delle autorità costituite, la vivacità della società laica e la sfera religiosa da cui la rispettata voce della Chiesa traeva ragioni per azioni sussidiarie di solidarietà. 

Alla vigilia dell’età contemporanea e lungo gli ultimi due secoli, non sono mancate fasi di rottura e ragioni di conflitto, prove che le antiche moralità civili faticavano a rielaborare le nuove sfide culturali, a mediare tra le conflittualità emergenti. L’avanzare della modernità rimise in dubbio gli spazi dell’autonomia sociale e le sue dialettiche locali ma non ne fece tabula rasa. Neppure la dittatura fascista fu in grado di diserbare i radicamenti della società locale. Per il genius loci ben più penetrante, perché strutturale e interno a Milano e alla milanesità, fu il confronto con le virtù e i tormenti di un’industrializzazione arrembante quando la democrazia era poco più che un progetto ben disegnato. Fu di nuovo necessario dar buona prova di singolari attitudini mediatrici già sperimentate, di pacato gradualismo nel ricomporre gli interessi senza illustrare fuori misura le divaricazioni. Venne di nuovo il tempo di ridisegnare con nuovi protagonismi i contenuti di un patto civile in grado di reggere e regolare le trasformazioni sociali. Le attitudini ambrosiane a rinnovare le norme condivise della convivenza seppero supportare la crescita del mosaico urbano e umano sotto la pressione delle immigrazioni gravitanti sul capoluogo limitando, per quanto realisticamente possibile, i disagi sul piano delle dotazioni fisse sociali. 



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