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DIBATTITO/ Caro Dawson, non basta la tradizione a unire l'Europa

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Passando all’invito di Zardin a «riflettere pacatamente sulla piena integrità dell’“ordine sociale cristiano” (come lo chiama Dawson in sintonia con tanti altri esponenti della linea culturale da lui fatta propria) edificato in Europa prima della frantumazione religiosa della cristianità occidentale», ecco il parere dell’interessato (sempre La formazione...): «La straordinaria unità culturale raggiunta nel secolo XIII non era così completa come si potrebbe supporre dai suoi grandi successi nell’arte, nella filosofia e nell’organizzazione ecclesiastica. Risultato di un grande consapevole sforzo spirituale, comportò un così alto grado di tensione da essere seguita da un’inevitabile reazione in cui si riaffermarono elementi repressi o trascurati. [...] Né l’opinione che l’unità della Cristianità del secolo XIII era superficiale e parziale è senza qualche giustificazione, dal momento che la nostra conoscenza della cultura medievale è inevitabilmente influenzata dal fatto che il clero era il solo elemento a essere pienamente in grado di leggere, di scrivere e di esprimersi con distinzione, cosicché tutti gli storici, i filosofi e i legisti rappresentavano lo stesso punto di vista». Non c’è bisogno, insomma, di «scavare nel testo di Dawson in tutte le sue pieghe» per «scopr[ir]e che qualche dubbio sulla limpida esemplarità dell’incarnazione storica del cristianesimo conosciuta dalla civitas medievale anche lui arriva a nutrirlo»: da storico avvertito, sa bene, e riconosce apertamente, quali sono i limiti di ogni civiltà e di ogni generalizzazione.

Rimarrebbe la questione, pure sollevata da Zardin, del giudizio sul passaggio all’epoca moderna, ma lo spazio è tiranno, e il lettore interessato potrà proseguire la ricerca da sé, ne La religione e lo Stato moderno (D’Ettoris), o in Religione e progresso, in uscita a breve da Lindau; già questi brevi spunti mi pare documentino comunque come l’immagine della storia d’Europa che una lettura sistematica delle opere di Dawson offre sia ben più ricca e articolata di quella che emerge dalle sole pagine del Dilemma – il quale a sua volta potrà essere riletto in modo più contestualizzato, senza pretendere che sia quel che non voleva essere.

La debolezza della posizione di Dawson semmai – e qui concordo con le conclusioni di Zardin – sta altrove. Sta lì dove, nell’indicare (per esempio in La crisi dell’educazione occidentale, di prossima pubblicazione ancora per i tipi di D’Ettoris) una via d’uscita dalla crisi che la cristianità e la civiltà occidentale stanno attraversando, propone in sostanza una riforma del curriculum studiorum, un ritorno alla formazione umanistica – con tanto di classici greci e latini, peraltro... – di cui i secoli passati si erano nutriti. Senza vedere che il dramma sta a un livello più profondo, nello smarrimento della natura stessa dell’esperienza cristiana; e che quindi non basta il recupero dei suoi esiti, ma occorre la ripresa dell’origine di quell’esperienza. Qui mi pare si possa individuare il limite della proposta di Dawson; ma a chi abbia a cuore la ripresa dell’esperienza cristiana nella sua totalità i suoi studi offrono uno strumento di lavoro assolutamente prezioso.

(Roberto Persico) 

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