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LETTURE/ La rissa con Dio, la passione per il mistero delle cose

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Giorgio Caproni (1912-1990; immagine d'archivio)  Giorgio Caproni (1912-1990; immagine d'archivio)

Uno stupore dentro il quale subentra ben presto lo sgomento: nel 1936, poco prima delle nozze, muore la fidanzata Olga Franzoni. «Forse su Lei poggiava tutta la mia certezza», scriverà Caproni a proposito di questo lutto, e di cui la sua poesia porta tutto il dolore, il desiderio sconfinato e disperante che le cose permangano: «Quale debole siepe fu l’amore!». Ogni cosa, persino l’amore, sembra cedere rispetto al transitare dell’essere, alla sua furia. 

Ma è sorprendente come il dolore non intacchi quella meraviglia di cui prima si parlava, anzi, la renda in qualche modo più meditata, più intensa proprio perché più dolente: «Ah tu perdona / se ho cuore – se non so troncare i fili / d’orgasmo, e anche una brezza m’appassiona». E l’enigma, l’enigma puro e nudo delle cose, che tante volte negli anni tornerà: «Brezze e vele sul mare: / dei pensieri da nulla. // Ma che spinta imparare / cos’è una fanciulla» – è una poesia pubblicata nel 1956. Lo stesso motivo – questo dolente chiedersi che cosa sono le cose – tornerà, con altra e significativa modulazione, esattamente trent’anni dopo, nel Conte di Kevenhüller: «Viltà d’ogni teorema. // Sapere cos’è il bicchiere. // Disperatamente sapere / che cosa non è il bicchiere, / le disperate sere / quando (la mano trema, / trema) nel patema / è impossibile bere» (Squarcio). 

Nel corso di trent’anni una stessa domanda torna e si ripropone moltiplicata in drammaticità: nel 1956 una fanciulla era il modo per reimparare cos’è una fanciulla; trent’anni dopo, l’enigma sulla natura di un bicchiere rende disperate le sere, fa tremare la mano, rende impossibile bere. Non è, quello di Caproni, un cruccio intellettualistico, ma una radicale passione per il mistero delle cose: neanche una cosa apparentemente minima, e puramente funzionale come un bicchiere può evitare di passare al vaglio del «patema»: è quel patema è appunto la natura delle cose, il loro significato. Senza di esso, l’uso di quella stessa realtà appare quasi impossibile. Nella poesia Concessione: «Buttate pure via / ogni opera in versi o in prosa. / Nessuno è mai riuscito a dire / cos’è, nella sua essenza, una rosa». E il motivo torna anche, esplicito, bellissimo, ancora una volta, in una poesia dedicata alla moglie Rina: «Senza di te un albero / non sarebbe più un albero. / Nulla senza di te / sarebbe quello che è» (A Rina).  

Sarebbe interessante notare tutte le volte che uno stesso motivo torna, a più riprese negli anni, nella poesia di Caproni, modulato ogni volta in un’escalation di drammaticità, come se nel tempo il chiodo di una domanda venisse spinto sempre più a fondo nella fibra della vita della ragione. Per esempio, nel Congedo del viaggiatore cerimonioso: «Congedo alla sapienza / e congedo all’amore. / Congedo anche alla religione. / Ormai sono a destinazione. // Ora che più forte sento / stridere il freno, vi lascio / davvero, amici. Addio. / Di questo, son certo: io / son giunto alla disperazione / calma, senza sgomento». 



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