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LETTURE/ La rissa con Dio, la passione per il mistero delle cose

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Giorgio Caproni (1912-1990; immagine d'archivio)  Giorgio Caproni (1912-1990; immagine d'archivio)

Ma una contrapposizione a queste parole la si trova all’interno del medesimo libro: nella poesia Il fischio, infatti, si legge: «Lasciatemi perciò uscire. / Questo, io vi volevo dire. / Per quanto siano bui / gli alberi, non corre un rischio / più grande di chi resta, colui / che va a rispondere a un fischio». E ancora, in Prudenza della guida: «Possiamo di qui già vedere / tutto un versante: abbiamo / dunque già una certezza. / Sostiamo. Che ne sappiamo, / noi tutti, di quel che ci aspetta / di là, passata la cresta?». I libri di Caproni sono tutti così: non dei trattati, ma dei campi di forze, dove si dice qualcosa e poco dopo la si nega; una questione sembra chiudersi per poi essere riaperta nella poesia successiva – una parola, un particolare torna ad avvincere lo stesso punto che sembrava – nichilisticamente – risolto, appunto, in una sorta di professione di “stoicismo”.  

Si pensi, tanto per fare un esempio, a una delle prime poesie su, per e contro Dio, che costelleranno, quasi ossessivamente, tutto il percorso poetico di Caproni: I coltelli – una poesia semplice e accorata, ma che taglia, appunto, come una lama: «Ah, mio dio. Mio Dio. / Perché non esisti?». Questa sarà infatti forse la più grande peculiarità di Caproni, la fecondità del paradosso: interrogare continuamente un Dio in cui non crede, e – addirittura – pregarlo, implorarlo, rimproverarlo di non esistere: «“Piaccia o non piaccia!” / disse, “Ma se Dio fa tanto,” / disse, “di non esistere, io, / quant’è vero Iddio, a Dio / io Gli spacco la Faccia» (Lo stravolto). O la domanda, che riprende nella chiusa quella del cieco del Vangelo: «Cosa volete ch’io chieda. / Lasciatemi nel buio. / Solo questo. Ch’io veda» (Istanza del medesimo). E soprattutto in una poesia, Anch’io, il cui titolo sarà ripreso prima di morire per l’epigramma con cui abbiamo aperto quest’articolo, e che in questa prima declinazione diceva: «Ho provato anch’io. / È stata tutta una guerra / d’unghie. Ma ora so. Nessuno / potrà mai perforare / il muro della terra».

Da questo momento in poi, la lotta e l’interrogazione con Dio si fanno quasi agoniche, continue, in una rissa fittissima e continua, e non priva d’ironia, se si pensa alla Preghiera d’esortazione o d’incoraggiamento: «Dio di volontà, / Dio onnipotente, cerca / (sfòrzati!), a furia d’insistere / – almeno – d’esistere». Ma s’insinua, dentro la crescente disperazione, quasi per paradosso, una confusa percezione di positività, che si realizza come un barbaglio appena accennato: «Ah, “quale folle danza” / (mi misi a canticchiare, / così, per non disperare / nel buio) “è la Speranza”» (Espérance). E il tentativo, cosciente e altrettanto disperato, di vivere accantonando il problema: «Faremo, / ci siamo detti, senza / di lui. // Saremo, / magari, anche più forti / e liberi. // Come i morti» (Determinazione). 

 



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