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LETTURE/ La rissa con Dio, la passione per il mistero delle cose

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Giorgio Caproni (1912-1990; immagine d'archivio)  Giorgio Caproni (1912-1990; immagine d'archivio)

E ancora, quel leopardiano «discorde accento» che rende ineludibile, carnalmente ineludibile, questa domanda: «Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo – un fiore – a scombinare la logica. Direi che il tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d’accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente – con dolcezza) quest’odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest’odore di tronchi sbucciati (d’alba e d’alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sempre più sbiadito) blu della notte» (Altro inserto).

Scriverà, nel libro – l’ultimo – Res amissa: «Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più / né da chi né che sia. / Soltanto, ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia». Quel dolore era diventato la nostalgia di un dono irrevocabile e confuso, di cui non si ricorda la natura né il mittente, ma da cui si è instancabilmente attratti e vocati. E scriverà, in una di queste ultime poesie: «S’avvicina il Natale. / Gesù, portami via. / La tua è la più bella bugia / che possa allettare un mortale». 

Tra quella «bugia» e quell’allettamento si gioca, tesa e implacabile, la partita di un autore come Caproni – ininterrottamente ferito dalla possibilità che in fondo a quella nostalgia (quella «bugia») di un dono immemorabile splenda, finalmente, qualcosa di vero, qualcosa di definitivo – qualcosa che sia, sia pur in un modo inimmaginabile, tutto.      

 



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