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IDEE/ Barcellona: non basteranno Saviano e il reddito minimo a farci uscire dalla crisi (dei giovani)

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Un paese di macerie? (Infophoto)  Un paese di macerie? (Infophoto)

È vero quello che scrive Tarquinio, che in mezzo alle macerie di questa società allo sbando ci sono tante manifestazioni di resistenza e di coraggio: ci sono giovani che si fanno anche imprenditori di se stessi e cominciano attività nuove; ci sono anziani che hanno socializzato con qualche vicino e riescono a confortarsi reciprocamente; ci sono esodati che provano a organizzare le proteste e sono costretti per necessità a socializzare con chiunque. Certo non possiamo aiutarli rappresentando catastrofi e non è questo il senso delle considerazioni che vado svolgendo.

Sono stato sempre convinto, come il poeta, che ogni uomo ha un destino di felicità e che lavorando su se stessi si possono scoprire risorse nascoste per dare una svolta alla propria vita, ma questo nostro mondo non può essere salvato attraverso l'eroismo dei volontari che hanno ripulito Genova dal fango o dei ragazzi che si sono buttati in mare per salvare gli emigranti che stavano soffocando. Si deve poter vivere in una società senza che ciascuno sia chiamato a rischiare la vita per provare di esistere. C'è tuttavia una cosa che dipende assolutamente dalla società nel suo complesso ed è quella che i tedeschi chiamano la Stimmung del tempo. Se questa è rappresentata da un mondo audio-visivo dove trionfa l'ipocrisia e la falsificazione, l'atmosfera del Paese non può che essere cupa e scettica. È vero, come scrivono tanti, che la democrazia in Europa è a rischio e che invece avanza lo spettro di movimenti nazionalisti e razzisti, come anche nella realtà francese. Il disastro di una generazione è il disastro di una società, e il disastro di una società è la regressione a uno stato barbarico di nazionalismo razzista.

In un mio recente libro ho cercato di dimostrare che perforando la superficie ovattata delle rappresentazioni pubbliche e partecipando al dolore del mondo nelle sue forme più acute, è possibile operare una trasformazione dell'angoscia in speranza, passando però necessariamente attraverso l'esperienza della condivisione. Non le chiacchiere in libertà né le prediche saccenti possono aiutare chi soffre: bisogna fare diventare "l'altro" protagonista del proprio racconto e rendere pubblico il disagio che ognuno vive nella solitudine, senza confronto e amicizia con gli altri. Il nostro Paese ha più di altri il bisogno di una nuova socializzazione che si può realizzare aprendo le porte ai giovani al confronto con gli adulti e mettendoli in condizione di rappresentare sulla scena i loro problemi e i loro disagi.



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