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STORIA/ C'è un "corto circuito" della memoria che fa male all'Europa

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1989, breccia nel muro di Berlino (InfoPhoto)  1989, breccia nel muro di Berlino (InfoPhoto)

Un secondo aspetto è relativo al ruolo svolto dai colti e dagli intellettuali, che furono, come è noto, dei veri e propri moltiplicatori del consenso politico e dei grandi costruttori sociali della realtà. In altre parole, furono coloro che, per primi, legittimarono, in occidente, il grande mito salvifico e di liberazione insito nel messaggio leninista. Una sorta di sacerdoti del culto di una vera e propria religione laica che faceva della fiducia nella storia, nel progresso e nell’azione palingenetica della rivoluzione, come scrisse Furet, il suo Credo salvifico.

Un terzo aspetto si riferisce ad un fatto storico: la fine della guerra mondiale e il ruolo decisivo svolto dall’Urss e da Stalin. La vittoria dell’Armata rossa, dell’esercito di operai e contadini, sancì, ovunque, un prestigio enorme del primo Stato socialista del mondo e del suo leader massimo, la cui immagine di padre di tutti i lavoratori venne diffusa e recepita ai quattro angoli del pianeta. E quando il mito dell’Urss si affievolì, sostituito in parte da altre mitologie, come il maoismo o il castrismo, l’immagine dello Stato sovietico non scomparve del tutto ma rimase impastato e confuso all’interno di quel grande magma rivoluzionario che caratterizzò quelle generazioni formatesi a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo. Ed inoltre continuò ad avere una particolare importanza sia in chiave antiamericana e pacifista, e sia tra coloro che ne magnificavano le lodi per la posizione geostrategica.

Non fu determinante neanche l’enorme clamore del Nobel a Solženicyn per Arcipelago Gulag nel 1974. Se in Francia quella pubblicazione provocò lacerazioni fortissime all’interno della gauche, in Italia, per usare le parole di un protagonista dell’epoca, Massimo De Angelis, “i nouveaux philosophes non valicarono le Alpi”, e ogni discussione su quei regimi fu marginalizzata ad una misera ottica di partito e come tale fu culturalmente irrilevante.

Un ultimo aspetto, infine, non meno importante, è l’enorme deficit visivo del comunismo realizzato rispetto agli altri regimi totalitari. Un deficit particolarmente importante dopo il 1991, dopo il crollo dell’Urss. Nel momento in cui era giunto il momento di poter aprire un dibattito aperto su quel fenomeno politico, scevro da ogni divisione politico-propagandistica, ci si è subito resi conto dell’enorme scarsità di materiali documentari e fotografici di quel sistema politico. Un sistema politico che, in definitiva, si era fatto regime in paesi lontani, sostanzialmente ai margini di ogni discorso pubblico europeo. 

Un discorso pubblico che, paradossalmente, proprio a partire dalla fine degli anni Sessanta si è sempre più caratterizzato per una forte enfasi progressista e una vigorosa laicizzazione delle idee che ha finito per travolgere, progressivamente, ogni tipo di dottrinarismo, politico e religioso. In questo modo, a distanza di pochi anni dal crollo di quei regimi totalitari, tutto è stato risucchiato in una sorta di vortice secolarizzato che ha cancellato la memoria e la testimonianza di una miriade di esperienze umane. E così, oggi facciamo fatica a ricordare sia quegli uomini e quelle donne che hanno pagato con la vita l’opposizione a quei regimi e sia coloro che si erano limitati a cercare quei varchi di libertà per professare il proprio credo religioso.

 



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