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STORIA/ C'è un "corto circuito" della memoria che fa male all'Europa

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1989, breccia nel muro di Berlino (InfoPhoto)  1989, breccia nel muro di Berlino (InfoPhoto)

Cos’è il comunismo? “Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il Paese” spiegava Lenin in una delle sue più note dichiarazioni. Un’affermazione che ci restituisce un impasto di crudo realismo politico e di mistica sovietica. E che rimanda sia all’enorme impatto politico-simbolico di quell’ideologia che diventa regime, e sia alla complessità nel farne oggi i conti: nello scartare le mitologie dai  fatti, gli ideali dalla realtà, le menzogne dalle verità.

Il recente convegno su “La Chiesa cattolica dell’Europa centro-orientale di fronte al comunismo”, che si è svolto il mese scorso presso l’Accademia d’Ungheria, ha avuto il merito di riaprire una piccola finestra su questo fenomeno, alimentando una riflessione che, ancora oggi, nonostante siano passati più di venti anni dal crollo di muro di Berlino, appare viziata da un deficit di comprensione. Non tanto di conoscenza storica, visti i molti studi sull’argomento, quanto da una reale e diffusa consapevolezza di cosa ha significato il fenomeno comunista, per lo meno nella sua duplice dimensione di movimento comunista internazionale, da un lato, e di regime totalitario, dall’altro. Un deficit di comprensione particolarmente rilevante soprattutto in quella parte del mondo che non ha conosciuto direttamente l’esperienza dei sistemi comunisti ma che ne ha respirato, invece, gli ideali, le mitologie e le opposte propagande.

Insomma, vuoi perché il giudizio storico è viziato da una qualche militanza passata – esperienza diffusissima in tutta l’Europa occidentale, in particolar modo in Italia – vuoi perché spesso la valutazione si è fermata agli intendimenti ideali – a quello che sarebbe dovuto essere e non è stato – il giudizio storico sul comunismo fatica a diventare senso comune e ad entrare a far parte, come un dato costitutivo, della memoria collettiva europea. E ovviamente come corollario di questa difficoltà di comprensione, ne discende che i nomi dei vari cardinali Mindszenty, Wyszynski e Beran, ovvero i simboli più noti di coloro che subirono pene e umiliazioni durissime per il solo fatto di essere cristiani, risultano essere degli illustri sconosciuti per la stragrande maggioranza dei cittadini europei.

Perché è successo tutto questo? Per almeno quattro grandi motivi, da cui discendono, a cascata, una miriade di altre spiegazioni particolari. Prima di tutto, perché il comunismo novecentesco, nella sua declinazione leninista, si inserisce in una lunga, lunghissima, tradizione di pensiero che ha sempre anelato alla costruzione di una società “diversa” e “altra” rispetto a quella storicamente data. Una tradizione di pensiero che si lega, dunque, non solo alla tradizione rivoluzionaria settecentesca ma che trova le sue radici molto più indietro, come sostiene Richard Pipes, fino a giungere addirittura ad Esiodo che vagheggiava una non meglio definita “età dell’oro” dove gli uomini virtuosi non erano mossi soltanto “dal vergognoso desiderio di guadagno”. Insomma, il comunismo si collega ad un disegno universalistico e provvidenziale – al cui interno riesce perfino ad inglobare alcuni tratti del messaggio cristiano modificandolo e deviandolo verso un obiettivo tutto mondano – che riesce ad adattarsi e a rendersi malleabile ad ogni latitudine.



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